giovedì, agosto 13, 2026

Russell Westbrook, shine bright like no other

La notizia del ritiro di Russell Westbrook, arrivata un po' all'improvviso e senza farewell tour eccetera, mi offre l'occasione perfetta per ripostare questo articolo del 2019, di cui sono ancora abbastanza soddisfatto, e che purtroppo non è più online nella sua sede originaria. 


Se qualcosa ci ha insegnato l’ascolto reiterato di The Dark Side of the Moon è che le cose – e le persone – si possono vedere sotto mille angolazioni diverse, e non sempre riflettono la luce allo stesso modo. Che ci sono milioni di modi diversi di scrivere una storia, una canzone.  La stessa persona può essere considerata una grandissima persona o il suo esatto contrario, a seconda del contesto, del destinatario della domanda, della buona o mala fede, di simpatie o antipatie istintive e di mille altri fattori.  Era ancora l’anno 2011 e uscivano articoli su articoli del tipo “Why LeBron James will never win an NBA title” – e sappiamo tutti com’è andata. Ma d’altronde nel 1990 c’era ancora un sacco di gente che nutriva dubbi sull’effettiva possibilità per i Chicago Bulls di vincere un titolo – e anche qui, sappiamo abbondantemente. Tutto questo, riportandolo al presente, ci porta alla tesi iniziale del presente articolo, ovvero che il più vistoso prisma ottico nella NBA di oggi è per distacco Russell Westbrook.


Russell Westbrook infatti non restituisce mai la luce esattamente come la riceve, come fanno ad esempio un Kawhi Leonard, un Antetokounmpo. Non la amplifica in maniera omogenea, come capita quando guardiamo giocare LeBron James, Steph Curry. Non la distorce sempre allo stesso modo come fa James Harden. Westbrook è un giocatore unico nel suo genere perché non c’è mai stato negli ultimi anni – forse nella storia del gioco, ma chi può dirlo? – un giocatore che ti dia allo stesso tempo così tanti motivi per amarlo e per odiarlo.  Per usare una brillante definizione data da un giornalista USA su di lui, “è la migliore point guard della Lega ed è il più sopravvalutato. Se questo suona confuso, è perché lo è.” La sua velocità, il suo atletismo e la sua voglia, tutte concentrate in un unico giocatore, con ogni probabilità non hanno eguali in NBA.

The Early Years

“Non ho mai pensato che sarei arrivato in NBA. Un sacco di gente che è in NBA oggi era forte già quando aveva 8 anni. Io fino a 17 anni non ero forte per niente.” La prima volta che Ben Howland andò a vederlo di persona, alla Leuzinger High School di Lawndale, quando arrivò in palestra c’era solo questo ragazzino smilzo che stava spazzando il pavimento.  Era andato a vederlo essenzialmente per due motivi:  aveva sentito parlare della sua velocità, e la Leuzinger è a tipo 20 minuti di macchina da UCLA. Howland cercava un backup per Darren Collison, e pensava che questo Westbrook potesse fare al caso suo. Poco dopo arriva Reggie Morris, head coach di Leuzinger HS, e Howland gli fa: “dov’è Russell?” e la risposta di Morris entra di diritto nel mito: “è lì, è quello con la scopa in mano.” Ma Howland capisce subito diverse cose, su di lui. Leadership. Motivazione. Voglia di lavorare. Velocità. Intensità sui due lati del campo. Poi va dal suo assistente Kerry Keating e gli fa: “oh, ma questo non è un play.” E il suo vice gli risponde: “Non ho mai detto che era un play. Ho detto che sa giocare!”.  Alla stampa losangelina, poi, Keating aveva l’arduo compito di spiegare come mai i Bruins stavano reclutando una point guard di neanche un metro e ottanta che non aveva neanche un buon tiro. Ma Russ, già allora, gioca like a bat out of hell, espressione idiomatica traducibile con “come un fulmine”, anche se non rende pienamente l’idea.


Al college, la struttura fisica era “leggermente” diversa da quella che conosciamo oggi…

Nel suo primo anno a UCLA, questo talento ancora molto grezzo trova poco spazio. Gioca solo 9 minuti a partita, vuoi perché davanti ha Collison per l’appunto, vuoi perché ancora diversi aspetti del suo gioco sono migliorabili – tanto per fare un esempio, tirerà 17-31 dalla lunetta nella stagione.

Ma c’è un altro aspetto di lui che pian piano lo ha portato a diventare un giocatore NBA:  oltre ad essere un gran lavoratore, era già allora anche un grandissimo studente del gioco.  L’altro assistant coach di Ben Howland a UCLA, Donny Daniels, per conoscere meglio i suoi giocatori ogni tanto rivolgeva loro delle domande più o meno casuali. Una volta chiese a Westbrook: “Russ, chi è il tuo giocatore preferito tra i pro?” La risposta fu assolutamente inaspettata. “Pau Gasol. Mi piace il suo modo di giocare.” Commentando in seguito questa cosa, Daniels disse: “Non avrebbe dovuto essere una sorpresa, con tutto il suo amore e la sua voglia di conoscere il gioco.  Russell sarà sempre differente, sceglierà sempre l’inaspettato.”

Russell Westbrook arriva in NBA con la quarta chiamata assoluta al draft 2008, scelto dai Seattle SuperSonics di cui non vestirà però mai la maglia, a causa della relocation di questi ultimi a Oklahoma City. Prima di lui vengono chiamati Derrick Rose, Michael Beasley, O.J. Mayo.  Ha vestito per due stagioni la maglia degli UCLA Bruins, centrando in entrambi i casi le Final Four collegiali, al primo anno come cambio di Darren Collison e al secondo come suo compagno di backcourt, nonché come Pac-10 Defensive Player of the year. C’è da chiedersi come sia stato possibile che i Bruins di quegli anni non siano mai riusciti a portare a casa un titolo: quell’anno, la squadra di Ben Howland aveva in quintetto, oltre ai già citati Westbrook e Collison, Kevin Love e Luc Richard Mbah-a-Moute. Vabbè, sarà stata colpa di Russ, secondo i suoi detrattori, sarà stata colpa di Howland, diranno i suoi simpatizzanti, sarà stato il destino cinico e baro o chissà che altro. Il fatto che le sconfitte siano arrivate contro i Florida Gators di Billy Donovan – per chi scrive la più forte squadra vista in NCAA negli ultimi vent’anni – e contro i Memphis Tigers di Derrick Rose non sono ipotesi da prendere in considerazione. C’è solo un aggettivo per definire propriamente Russell Westbrook e questo solo aggettivo è polarizzante.

Work Ethics

Il 24 novembre del 2018 è un sabato sera. I Thunder (12-6) ospitano I Denver Nuggets (12-7). È una gara di back-to-back, il giorno prima Oklahoma City ha vinto contro gli Hornets grazie a un trentello più 12 rimbalzi e 8 assist di Westbrook. Una vittoria li proietterebbe ad un aggancio ai Golden State Warriors in vetta alla Western Conference, in caso di sconfitta di Curry & co.  Russell Westbrook gioca una partita piuttosto complicata al tiro, e nonostante riesca a mettere insieme una tripla doppia (16 punti con 10 rimbalzi e 12 assist), i suoi Thunder perdono 105-98 in una partita in cui tirano il 23% da oltre l’arco, e in cui Russ mette insieme un poco onorevole 1-12 da tre. È un sabato sera e i giocatori NBA in questi casi, quando giocano in casa, se non hanno partita il giorno dopo escono un po’ a rilassarsi.  Non Westbrook.  Senza nemmeno andare in spogliatoio a cambiarsi, il numero 0 di OKC resta due ore sul parquet, dopo la partita, ad allenarsi al tiro. Al mattino, come racconta Billy Donovan, era già in palestra dalle 9 per fare una sessione defaticante e presentarsi al meglio alla gara contro i Nuggets.

(E che dire dei suoi outfit? foto: basketballnetwork.net )


E sia Billy Donovan, sia i suoi compagni di squadra (tipo Paul George, per citarne uno), raccontano di come Russ sia arrivato al livello a cui è arrivato, di aggressività sui due lati del campo, grazie alla sua etica del lavoro, alla sua voglia continua e incessabile di migliorarsi. La sua energia sembra davvero fuori dal comune. I suoi compagni dicono di lui che anche durante i voli di trasferimento da un capo all’altro degli USA, dove solitamente i giocatori dormono un po’ per recuperare energie fisiche e mentali, Westbrook passa il suo tempo guardando filmati delle partite e dei prossimi avversari sul suo iPad.  Il suo programma personalizzato di allenamento, tuttavia, è pressoché avvolto nel mistero: nel contratto coi Thunder, il suo personal trainer Joe Sharpe aveva una clausola che gli impediva di rilasciare interviste su questo argomento.  Questa sua cura maniacale per la forma fisica è indubbiamente uno dei motivi per cui i tre interventi chirurgici al ginocchio di qualche anno fa non sembrano aver lasciato strascichi sulla sua esplosività. In tempi recenti, anche una leggenda NBA famosa per non avere peli sulla lingua, Gary Payton, ha detto, parlando di The Brodie, “mi piace il modo in cui gioca perché non ha amici. Anch’io giocavo così, volevo essere il numero uno delle point guard in NBA”. Le sue cifre, però, sono talmente impressionanti da non farci vedere tutto questo.


The Numbers

We call upon the people
People have this power
The numbers don’t decide
Your system is a lie

(Radiohead – The numbers)


Russell Westbrook mette insieme dei numeri spaventosi. Non c’è un altro aggettivo per descriverli. Dal giorno della partenza di Kevin Durant per la California, l’ex numero 0 di UCLA ha messo insieme tre stagioni consecutive in tripla doppia di media. Lo scriviamo in stampatello così si realizza meglio quanto sia grande questa cosa: TRE STAGIONI CONSECUTIVE IN TRIPLA DOPPIA DI MEDIA. Il play di Oklahoma City, al momento in cui scriviamo, è al numero 21 all-time della NBA per assist totali, al numero 59 per punti segnati, al numero 187 per rimbalzi. È secondo per triple doppie totali in carriera dietro al solo “Big O” Oscar Robertson, l’unico oltre a lui ad aver tenuto la tripla doppia di media per una stagione. Una, eh, non TRE CONSECUTIVE. Gliene mancano 44 per issarsi in vetta alla classifica di ogni epoca. Grazie, direte voi, facile fare triple doppie al giorno d’oggi dove tutte le squadre giocano a 100 possessi a partita. Ho una brutta notizia per voi: nel 1961-62, la stagione della tripla doppia di media di Robertson, la media della NBA era di 126,2 possessi a partita.  Eppure, per Westbrook così come per James Harden, le cifre sono al tempo stesso croce e delizia. Perché i titoli NBA vanno sempre altrove, e riducendo la questione all’osso, it’s all about winning.  E si torna da Jordan, ancora una volta, a MJ, tipo nel 1988-89, quando segnava 32.5 punti a partita con 8 rimbalzi e 8 assist, eppure i Bulls venivano presi a calci nel sedere dai Pistons, come l’anno prima e come l’anno dopo. C’era da portare a maturazione Scottie Pippen, Horace Grant e tutto il supporting cast, pensa te, chi l’avrebbe mai detto. It’s all about winning. E ad Oscar Robertson, dieci anni ai Cincinnati Royals e due sole serie di playoff vinte, fino a quando prende tutte le sue cose, le butta in valigia e si sposta verso nord, destinazione Milwaukee, dove trova Lew Alcindor, anzi, Kareem Abdul-Jabbar, e il titolo arriva al primo tentativo, a 32 anni e quando le triple doppie di media non sono più presente ma passato prossimo.


Eppure, viviamo sempre in quest’ansia del presente, in questa voglia smodata di emettere il verdetto prima della giuria, prima della fine della storia, così da poter dire “Visto? Io l’avevo detto!” o al limite fare finta di non aver detto niente, cancellare qualche post sperando che nessuno li abbia salvati.  Ci concentriamo sul suo decision making (indubbiamente l’aspetto più carente del suo gioco, ma se vogliamo buttarla sul What if?, chissà che succederebbe se lo mettessimo tra le grinfie di un coach differente), lo riteniamo un giocatore concentrato esclusivamente sulle statistiche, ossessionato dalle triple doppie, senza prendere in considerazione l’ipotesi più semplice, e cioè che Russ giochi nell’unico modo in cui è capace, che per lui ogni possesso è vivere o morire, e che non potremo pensare di avere altro da lui perché, banalmente, non sarebbe più lui.  La luce riflessa dal prisma ottico di Russell Westbrook è bellissima e confonde un po’ le idee, come le melodie di “The Dark Side of the Moon”.  Abbiamo ancora un po’ di tempo per godercela, ma non tantissimo: mettiamoci seduti e lasciamo che le sue giocate ci riempiano gli occhi ancora un po’. E magari non è un caso se il prossimo capitolo di questa storia sarà scritto a Houston, dove c’è il museo delle scienze naturali che permette ai visitatori di vivere un’esperienza multimediale chiamata proprio “The Dark Side of the Moon”. Per il verdetto c’è tempo, vostro onore.

venerdì, giugno 19, 2026

FantaNBA 2026 - La classifica finale

Si conclude la quattordicesima edizione di questo FantaNBA di Basket City, che incorona per la prima volta Tommaso come vincitore. Di seguito i risultati del pronostico delle Finals e la classifica finale.


NBA FINALS

San Antonio Spurs - New York Knicks 1-4 MVP: Jalen Brunson


Classifica Finals

Anto 2+2+3
Rob 2+2+3
Dado 2
Max 2
Marco A. Munno 0
Silvio 0
Davide Lavecchia 0
Stipe 0
Tommaso 0
Matteo Regruto 0

Classifica generale

Tommaso 26
Anto 25
Silvio 23
Dado 23
Max 21
Stipe 20
Matteo Regruto 19
Davide Lavecchia 19
Rob 13
Marco A. Munno 11

martedì, giugno 02, 2026

FantaNBA 2026: The Finals

Siamo arrivati all'ultimo round, le finali NBA. I vostri pronostici vanno lasciati nei commenti a questo post (i commenti sono aperti, non è necessario iscriversi a Blogger) PRIMA della palla a 2 di gara-1. Ricordatevi che per quest'ultimo round i punteggi dei pronostici saranno raddoppiati, e ci sono in palio due punti ulteriori per chi indovinerà il nome dell'MVP delle Finali.


NBA FINALS 

San Antonio Spurs - New York Knicks

Classifica terzo turno:

Davide Lavecchia 4+3
Anto 4+3
Tommaso 4+3
Silvio 3
Marco A. Munno 1
Dado 1
Stipe 1
Rob 1
Max 0
Matteo Regruto 0

Classifica generale:

Tommaso 26
Silvio 23
Dado 21
Stipe 20
Max 19
Matteo Regruto 19
Davide Lavecchia 19
Anto 18
Marco A. Munno 11
Rob 6


domenica, maggio 17, 2026

FantaNBA 2026: Conference Finals

Questi sono gli abbinamenti delle finali di conference dei playoff NBA. I vostri pronostici vanno lasciati nei commenti a questo post prima dell'inizio della prima partita di gara-1.

(3) New York Knicks - (4) Cleveland Cavs 
(1) Oklahoma City Thunder - (2) San Antonio Spurs 

Classifica 2° turno

Tommaso 8+3
Silvio 6
Dado 6
Stipe 5
Max 5
Matteo Regruto 5
Rob 5
Davide Lavecchia 4
Anto 3
Marco A. Munno 2

Classifica generale 

Dado 20
Silvio 20
Stipe 19
Max 19
Matteo Regruto 19
Tommaso 19
Davide Lavecchia 12
Anto 11
Marco A. Munno 11
Rob 5

domenica, maggio 03, 2026

FantaNBA 2026 - Round 2

Questi sono gli abbinamenti del secondo turno dei playoff NBA. I vostri pronostici vanno lasciati nei commenti a questo post prima dell'inizio della prima partita di gara-1.

Eastern Conference

(1) Detroit  - (4) Cleveland

(3) New York - (7) Philadelphia

Western Conference

(1) Oklahoma City - (4) LA Lakers

(2) San Antonio - (6) Minnesota 

Classifica primo turno:
Dado 11+3
Silvio 11+3
Stipe 11+3
Max 11+3
Matteo Regruto 11+3
Anto 9
Marco A. Munno 9
Davide Lavecchia 8
Tommaso 8
Rob 0

giovedì, aprile 16, 2026

FantaNBA 2026

Anche quest'anno ci risiamo! I playoff NBA sono alle porte, quindi Basket City lancia la quindicesima edizione del gioco a pronostici. Non si vince niente, se non il diritto a sfottersi in malo modo fino all'anno seguente. 

Per chi negli anni scorsi non ha partecipato, o ha dimenticato le regole, le riscriviamo qua sotto.

Ognuno dei partecipanti dovrà semplicemente fare un pronostico per ogni serie di playoff e se indovinerà il punteggio esatto con cui terminerà la serie riceverà 3 punti, in caso di punteggio errato ma comunque vittoria della squadra pronosticata 1 punto, in caso contrario la bellezza di 0 punti.

Al vincitore di ogni turno (1°-2°-finali di conference-finali assolute) andrà anche un bonus di 3 punti ulteriori.

Nella finale assoluta verrà chiesto anche il nome del MVP: indovinarlo vale due punti.

I pronostici vanno inviati (nei commenti ai post che verranno fatti per ogni turno) prima dell'inizio della prima partita di gara-1 di ogni turno di playoff. I pronostici inviati in ritardo rispetto alla scadenza non saranno considerati, e il concorrente si prenderà 0 punti per il turno in questione.

Ringraziamo once again per l'idea il forum di Ondarock visto che le prime edizioni di questo FantaNBA le abbiamo giocate lì.

Per chi vuole partecipare, basta lasciare un commento qua sotto! (Potete già lasciare i pronostici relativi al primo turno).

EASTERN CONFERENCE

(1) Detroit - (8) Orlando

(2) Boston - (7) Philadelphia 

(3) New York - (6) Atlanta

(4) Cleveland - (5) Toronto



WESTERN CONFERENCE

(1) Oklahoma City - (8) Phoenix 

(2) San Antonio - (7) Portland

(3) Denver - (6) Minnesota

(4) L.A. Lakers - (5) Houston

mercoledì, novembre 26, 2025

Once upon a time Shawn Kemp

 I got a bomb in my temple that is gonna explode
I got a .16 gauge buried
Under my clothes, I play
Once upon a time I could control myself
Once upon a time I could lose myself

Io ho un amico che ha scritto un sacco di roba che parla di basket e di musica grunge, e questo un po’ a volte mi frena dal fare lo stesso perché lui è veramente bravo. Dovreste leggerlo tutti. Però ci sono delle regole e ci sono delle eccezioni, e Shawn è indubbiamente una di queste eccezioni. Negli anni 90 c’era la musica grunge intesa non come reperto del passato ma come elemento del presente, chitarre graffianti e voci roche come elemento di rottura rispetto all’intossicazione da synth e vocoder degli ottanta appena trascorsi. Lungi da me dire che sia stato il periodo di più grande fermento musicale, ma era il mio periodo di grande fermento musicale, e inevitabilmente ne sono stato segnato. Anche nel basket avveniva una roba simile: meno showtime e più strong defense. E in tutto questo contesto, le NBA Finals del 1996 rappresentarono una sorta di apice creativo: da un lato gli UnbeataBulls di Jordan, Pippen, Rodman, Kukoc e Phil Jackson, dall’altra i SuperSonics di Payton, Kemp, Schrempf, Hawkins.




1996.

Il 1996 era l’anno dei Rage Against The Machine di “Bulls on Parade”, degli Smashing Pumpkins di “1979” in heavy rotation sulle TV che trasmettevano videoclip musicali a ciclo continuo: il grunge degli esordi stava diventando qualcosa di diverso, la pallacanestro stava diventando qualcosa di diverso, Shawn Kemp che doveva andare a Kentucky e non ci andò per una brutta storia di gioielli – forse – rubati, che doveva giocare spalle a canestro e fare a sportellate sotto le plance, metteva invece palla per terra e giocava attaccando il ferro in un modo che non si era quasi mai visto prima, per rapidità, atletismo, ferocia agonistica. Kemp era arrivato in NBA nel 1989, a neanche vent’anni, in un periodo storico in cui arrivarci “presto” significava solitamente uscire dopo tre anni di college. I Sonics si erano schiantati due volte nelle tre stagioni precedenti contro il muro dei Los Angeles Lakers di Magic, Worthy e Kareem, due 4-0 che non lasciavano spazio a molte interpretazioni. Il nucleo della squadra era composto da un realizzatore bestiale (Dale Ellis), una rising star della NBA (Xavier “X-Man” McDaniel), un terzo violino con licenza di improvvisare (Derrick McKey) e un’asse play-pivot che portava assist e rimbalzi (Nate McMillan e Michael Cage). Dalla panchina uscivano Sedale Threatt, giocatore che aveva avuto una maturazione tecnica piuttosto tardiva e che raccolse poi abbastanza degnamente il testimone di Magic Johnson quando lasciò i Sonics per i Lakers, l’altra guardia Quintin Dailey e il rookie Dana Barros, poi all-star a Phila, mortifero da oltre l’arco (40% nel suo anno da matricola, 41% in carriera). Una squadra costruita secondo i crismi dell’epoca, che aveva un disperato bisogno di un lungo atletico e in grado di dare un cambio di ritmo alle partite. Il rookie Kemp non era maturo a sufficienza a livello agonistico per esser pronto da subito, e tuttavia i suoi sprazzi di talento si poterono intravedere già nella stagione del debutto: era solo alla sua settima partita da professionista, non aveva ancora compiuto 20 anni quando, in un giorno di metà novembre del 1989, contro gli allora Washington Bullets mise in mostra il suo talento al mondo intero, scrivendo a referto 18 punti, 9 assist e 3 stoppate in soli 20 minuti sul parquet. Ma Kemp non è mai stato numeri, nel senso delle cifre statistiche. Kemp è stato grunge nel suo essere irriverente, fuori dagli schemi, energico e spettacolare come certi assoli della musica di quegli anni, che nasceva, guarda un po’, a Seattle.


Interludio.

Parlare di grunge e di Seattle per una persona nata nei late 70s è un abbinamento quasi scontato. Ma parlare di grunge non è solo Nirvana: dalla città di smeraldo venivano anche i Melvins, i Pearl Jam, i Soundgarden, gli Alice in Chains e un mucchio di altri gruppi. La cosa più figa che testimonia quanto il grunge fosse legato al basket è indubbiamente la faccenda che lega i Pearl Jam a Mookie Blaylock. Se non la sapete, questa è la versione breve. Il primo nome della band di Eddie Vedder e soci non era Pearl Jam ma “Mookie Blaylock”, all’epoca dei fatti promettente rookie dei New Jersey Nets. Quando la Epic Records gli fece notare che con un nome del genere magari ci sarebbero potuti essere dei problemi coi diritti di immagine del giocatore, loro cambiarono nome ma decisero che il disco d’esordio avrebbe avuto come titolo “ten”, dieci, come il numero di maglia di Blaylock.


Ah, i Pearl Jam c’entrano anche con una faccenda che riguarda Dennis Rodman, un pick up, il parcheggio del Palace of Auburn Hills e un fucile, ma non divaghiamo troppo.

Combattere battaglie in solitaria.

We chase misprinted lies
We face the path of time
And yet I fight
This battle all alone

Ci ho pensato un sacco a Kemp come giocatore, ed è ovvio che il fatto che un’intera generazione sia in un qualche modo legata a lui, è una cosa che trascende dai risultati sportivi. Tre volte secondo quintetto NBA, quattro partecipazioni alla gara delle schiacciate (un secondo posto), una finale NBA giocata in modo gagliardo (23 punti, 10 rimbalzi, 2 stoppate, il 55% dal campo e l’86% dalla lunetta le sue medie contro i Bulls), le 10 stoppate contro i Lakers di Magic, Worthy e Divac nel 1991 al suo secondo anno, le doppie doppie da 20 punti e altrettanti rimbalzi. Tutti career accomplishment, certo, ma niente che spieghi il perché Kemp fosse così tanto amato, al punto che ancora oggi capita di vedere al campetto giocatori ostentare la 40 dei Sonics con baldanza. La conclusione a cui sono giunto è che Kemp è ancora oggi così tanto amato non tanto – non solo – per la spettacolarità del suo gioco


(ci sono due categorie di persone, tra i fan della pallacanestro USA: quelli che pensano che questa sia la schiacciata più spettacolare mai vista in una partita NBA, e quelli che mentono)

Quanto per il suo essere un guerriero solitario, un eroe tanto indomito quanto fragile, un giocatore di puri istinti, dove per istinti non si intendono necessariamente quelli cestistici, ma quelli propri dell’essere umano. Un giocatore per molti versi animalesco, potente come nessuno lo era mai stato prima di lui e proprio in quanto tale inimitabile, e questa sua basicità è stata insieme il suo maggior punto di forza e il suo più grande limite. L’occhio dell’appassionato guardava Shawn Kemp nella speranza di poter ammirare la giocata più spettacolare mai vista, quello dell’esperto lo osservava non aggiungere armi al suo arsenale offensivo, prediligere la supremazia data dall’atletismo piuttosto che migliorare il tiro piazzato, il senso del tempo e la tecnica di tagliafuori a rimbalzo. E tuttavia è difficile che si parli di lui quando si mettono insieme i più grandi what if? della storia della NBA, semplicemente perché non è possibile immaginare uno Shawn Kemp diverso da quello che abbiamo avuto. O meglio, perché qualsiasi altra versione di Kemp nel multiverso sarebbe stata meno affascinante di quella che ci siamo goduti. Badate bene: “affascinante”, non “efficace” né tantomeno “vincente”.


Quella furia, quella ferocia che metteva ad ogni attacco al ferro era la stessa furia, la stessa ferocia dei pezzi grunge di quegli anni, la stessa rabbia mal repressa di una generazione di adolescenti che voleva distruggere tutte le patine glitter degli anni ottanta a forza di mazzate, e insieme il senso di impotenza nel non riuscire ad arrivare fino in fondo, despite all my rage I am still just a rat in a cage. Shawn è stato un giocatore che una generazione ha amato incondizionatamente perché era come loro, nello spirito, nella sua essenza più intrinseca.

The Glove & The Reign Man: Standing ovation.

Rispetto alla squadra che aveva accolto il rookie Shawn Kemp, guidata da Bernie Bickerstaff, i Seattle SuperSonics del triennio 1994-1996 erano profondamente diversi. Nel ruolo di point guard c’era Gary Payton, uno dei migliori difensori sulla palla della storia del gioco, Kendall Gill prima ed Hersey Hawkins poi nel ruolo di guardia, il secondo tedesco più forte di sempre – dopo quello che qualche anno dopo ha fatto benino a Dallas – come ala piccola (parentesi musicale: il gruppo statunitense Band Of Horses ha scritto un pezzo che porta il suo nome) e un tourbillon di gente nel ruolo di pivot: Michael Cage, Ervin Johnson, Sam Perkins, Bill Cartwright, Frank Brickowski. E una sicurezza in panchina, l’emergente coach George Karl. In questo lasso di tempo di tre anni, Kemp e soci hanno vinto il 75% delle partite giocate (rispettivamente 63, 57 e 64 vittorie), conosciuto due brucianti eliminazioni al primo turno (nei playoff del 1994 furono la prima squadra coi seed #1 a perdere una serie contro la #8, impresa riuscita solo ad altre quattro squadre fino ad oggi) e perso la finale NBA 4-2 contro la squadra più forte di sempre. Se il leader tecnico di quella squadra era probabilmente Gary Payton, Kemp era l’icona, il giocatore più in vista, quello che era riuscito nella difficilissima impresa di mettere Seattle sulla bocca di tutto il mondo del basket per la prima volta in un quarto di secolo, da quando a vestire la maglia gialloverde c’erano Dennis Johnson e Jack Sikma. Quei Sonics lì portarono il titolo a Seattle, impresa poi non riuscita a The Glove, The Reign Man e soci. Eppure, il giorno in cui i Sonics presentarono ai loro tifosi il proprio All-Time team, il giocatore che si prese la standing ovation più lunga di tutti fu proprio lui. Non gli eroi del titolo del 1979 (come la canzone degli Smashing Pumpkins, guarda caso), non Gary Payton, che lasciò Seattle per provare a prendersi un titolo con la maglia dei Lakers e ci riuscì dieci anni dopo quella finale del 1996 in maglia Miami Heat. No, l’applauso più lungo andò a Shawn Travis Kemp, l’eroe spettacolare e fragile, quello che ha passato guai con la giustizia prima e dopo il suo periodo in maglia Sonics, che ha avuto problemi di alcolismo che ne hanno limitato la durata della carriera e che a 39 anni cercò invano di riciclarsi giocatore in Italia, a Montegranaro: al fenomeno bellissimo però incompiuto. Guardare la carriera di Shawn Kemp è come leggere “Il Partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, contemplare “L’Adorazione dei Magi” o immergersi nell’ascolto della “Sinfonia n. 8 in si minore D 759” di Franz Schubert: opere incompiute, d’accordo, ma talmente belle che ha persino poco senso immaginarle diverse da così.

lunedì, giugno 23, 2025

FantaNBA 2025 - La classifica finale

Si conclude la tredicesima edizione di questo FantaNBA di Basket City, che incorona per la seconda volta (la prima in solitaria) Silvio come vincitore. Di seguito i risultati del pronostico delle Finals e la classifica finale.

NBA FINALS

Oklahoma City Thunder - Indiana Pacers 4-3 MVP: Shai Gilgeous-Alexander

Classifica Finals

Dado 6+2+3
Rob 4
Silvio 4
Damiano 4
Max 0
Stipe 0
Sciain 0
Antonello 0
Davide 0

Classifica generale

Silvio 25
Damiano 23
Rob 20
Dado 20
Max 16
Stipe 14
Sciain 11
Antonello 9
Davide 9

mercoledì, giugno 04, 2025

FantaNBA 2025: The Finals

Siamo arrivati all'ultimo round, le finali NBA. I vostri pronostici vanno lasciati nei commenti a questo post (i commenti sono aperti, non è necessario iscriversi a Blogger) PRIMA della palla a 2 di gara-1.  Ricordatevi che per quest'ultimo round i punteggi dei pronostici saranno raddoppiati, e ci sono in palio due punti ulteriori per chi indovinerà il nome dell'MVP delle Finali.


NBA FINALS 

Oklahoma City Thunder - Indiana Pacers

Classifica terzo turno:

Rob 4+3
Stipe 3
Sciain 3
Silvio 3
Damiano 1
Max 1
Dado 1
Antonello 1
Davide 0

Classifica Generale:

Silvio 21

Damiano 19

Max 16

Rob 16

Stipe 14

Sciain 12

Dado 9

Antonello 9

Davide 7

lunedì, maggio 19, 2025

FantaNBA 2025: Conference Finals

Questi sono gli abbinamenti delle finali di conference dei playoff NBA. I vostri pronostici vanno lasciati nei commenti a questo post prima dell'inizio della prima partita di gara-1.

(3) New York Knicks - (4) Indiana Pacers
(1) Oklahoma City Thunder - (6) Minnesota Timberwolves

Classifica 2° turno:

Silvio 4+3
Max 2
Stipe 1
Damiano 1
Sciain 1
Rob 1
Dado 0
Antonello 0
Davide 0

Classifica Generale:

Damiano 18
Silvio 18
Max 15
Stipe 11
Rob 9
Sciain 9
Dado 8
Antonello 8
Davide 7

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