venerdì, febbraio 01, 2019

Alonzo Mourning: never ever give up

(Scritto a quattro mani con Davide Piasentini, pubblicato originariamente sul gruppo Facebook di Overtime - Storie a Spicchi)


20 giugno 2006. 
American Airlines Center, Dallas, Texas. 
Gara 6 delle finali NBA.

   Miami, dopo essere stata a un passo dal baratro, si presenta avanti 3-2 nella serie, grazie alle prestazioni di uno stratosferico Dwyane Wade, che più di ogni altro ha incarnato il concetto del “refuse to lose”. Lo ha fatto in gara 3 quando Dallas era avanti di 18 punti a metà del terzo quarto. Lo ha fatto in gara 5, segnando il canestro del pareggio a 2”8 dalla fine dei regolamentari e i liberi della vittoria a 1”9 dalla fine dell’overtime. Ma il basket è uno sport di squadra, e seppure Flash sia indubitabilmente “in the zone”, ha bisogno dell’aiuto di tutti. Non per niente in rotazione gli Heat di Pat Riley hanno tanti veterani. Gente come Shaq, come Antoine Walker, come Gary Payton, come James Posey. Ma c’è soprattutto una persona che vuole quel titolo più di ogni altra cosa. Quella persona è Alonzo Harding Mourning Jr. ‘Zo ha 36 anni, ha saltato tutta la stagione 2002-2003 per subire un trapianto renale, dopo aver disputato otto stagioni da centro assolutamente dominante: dal 1992 al 2000, Alonzo tirava col 52.6% dal campo, col 71,2% dalla lunetta e metteva insieme 21 punti, 10 rimbalzi e oltre 3 stoppate a partita. Sa che questa potrebbe essere la sua ultima occasione per vincere l’anello di campione NBA, e lo vuole soprattutto perché l’anello non è per lui solo un traguardo sportivo, ma è la fine di un cammino, lungo e doloroso, simbolicamente la chiusura di un cerchio. Alonzo in quella squadra è il cambio di Shaquille O’Neal, che di titoli ne ha già vinti tre ma vorrebbe vincerne almeno uno senza quello col 24 che ha lasciato a Los Angeles. Ma è ‘Zo quello ad avere più di ogni altro il fuoco dentro. Del resto è sempre stato un giocatore così, dinamico, grintoso, pieno di energia. Figuriamoci nella partita più importante della sua vita. 

   Primo quarto, 1:45 dalla fine, Dallas è a +10, Josh Howard può allungare ancora. Block by Mourning. Terzo quarto, 3:19 da giocare, adesso è Miami ad essere avanti di 7. Erick Dampier per riportare i Mavs a -5. Block by Mourning. Possesso successivo, Jason Terry ancora per il -5. Block by Mourning. Quarto quarto, ancora 8:55 separano ‘Zo e gli Heat dal loro primo titolo. Miami a + 5, Terry si butta dentro. Block by Mourning. 7:22 da giocare, Josh Howard per il pareggio a quota 79. Block by Mourning. In soli 14 minuti sul parquet, il 33 in rossonero mette insieme otto punti con 3-4 dal campo e 2-3 dalla lunetta, 6 rimbalzi e queste cinque stoppate. Lo riscriviamo in maiuscolo così si capisce meglio: CINQUE STOPPATE IN QUATTORDICI MINUTI. Energia pura, determinazione, concentrazione, motivazione, cattiveria agonistica, voglia di vincere. Refuse to lose. Protect the rim. Molto più che semplici slogan preconfezionati, in quella notte del 20 giugno 2006 a Dallas, Texas.

   Rifiutarsi di perdere. Un concetto che nella vita di ‘Zo ha avuto più di un significato, non necessariamente legato al basket ma comunicato anche attraverso di esso. La glomerulosclerosi segmentaria e focale, la malattia ai reni che gli viene diagnosticata nel 2000, ha rappresentato per anni il più ostico avversario per il nativo di Chesapeake, Virginia. Una malattia dalla quale non si guarisce mai e che, talvolta, riesce persino ad avere la meglio. All’epoca della diagnosi, Mourning non smise mai un singolo giorno di pensare positivo. Accettò la situazione, prendendo tutto come l’ennesima grande sfida della sua carriera. Il ritiro dal basket, da lui definito il momento più buio della sua carriera, fu solamente temporaneo. Infatti, subito dopo il trapianto (Dicembre 2003), il pensiero fu immediatamente quello di tornare sul parquet. La sua filosofia di vita è sempre stata la stessa. Per Alonzo non esiste rimbalzo che non possa essere catturato o tiro che non possa essere stoppato. Si tratta di difendere la propria vita. Proteggere il ferro e non permettere a nessuno di segnarne due facili. Ancora una volta, basket e vita s’intrecciano in maniera indissolubile.

   Quando penso a ‘Zo, lo immagino a battagliare con l’amico Pat Ewing in una di quelle meravigliose serie di Playoffs tra New York Knicks e Miami Heat. I due si conoscono da quando Mourning era uno dei più forti giocatori universitari di Georgetown e Big Pat era già una superstar dei Knicks, nonché membro dell’Original Dream Team, quella squadra che fece innamorare il mondo intero a Barcellona nel 1992 e di cui Alonzo Mourning non fece parte per un soffio. Non si risparmiavano mai, sempre a sgomitare e a lottare per ogni rimbalzo, facendo un passo incontro al dolore e alla fatica. Mai, invece, uno indietro. Un atteggiamento nei confronti dello sport e della vita che ho sempre ammirato in entrambi.

   Rifiutarsi di perdere. Immolarsi sempre davanti alle difficoltà, anche se il risultato è certo, anche se la speranza sembra non esserci più e tutti ti danno per sconfitto. Sangue e sudore diventano la stessa cosa, versati generosamente sull’altare della grandezza.

   Giocando così, Alonzo ha vinto l’anello ed è diventato Hall of Famer.
Vivendo in questo modo, combatte tuttora la sua malattia.
Cercando sempre di fare la differenza, senza dimenticarsi che ogni giorno vale la pena di essere vissuto e che non bisogna mai dare per scontato il risultato. Sotto i tabelloni, sotto i ferri.

Refuse to lose. Protect the rim.
Never, ever give up.

1 commento:

kayla ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
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