domenica, gennaio 17, 2010

Basket City cerca collaboratori





















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Basket City è un sito nato ormai più di tre anni fa per una pazza iniziativa di due o tre amici con in comune la passione per la palla a spicchi. In questi anni questo sito ha conosciuto alti e bassi, ci ha dato grandissime soddisfazioni (grazie a Paolo Moretti ed Enzino Esposito in particolare) ma ci ha anche riservato qualche delusione (di cui taceremo il nome). Purtroppo oggi, per ragioni lavorative e di tempo in generale, non riusciamo ad aggiornarlo così frequentemente come vorremmo.
Se ti va di provare un'esperienza "giornalistica" che può regalarti soddisfazioni (purtroppo non economiche!), lascia un commento a questo post o parlaci di te all'indirizzo basketcity07@gmail.com . Ti contatteremo prima possibile!

mercoledì, novembre 04, 2009

L'importanza di chiamarsi Morrison


Se vi capita di trovarvi, per nascita o semplicemente per lavoro, negli Stati Uniti e fate Morrison di cognome, tranquilli. Ci sono ampie probabilità che abbiate successo. Ovviamente, come per tutti negli USA, la durata del medesimo, una volta raggiunto, dipende da voi, dalla vostra abilità, dal vostro fisico, dalla vostra mente, da voi stessi insomma.


L'apripista di questa tendenza è stato indubbiamente James Douglas "Jim" Morrison, nato a Melbourne (ma quella della Florida) nell'Anno Domini 1943. Il primo dei Morrison era un cantante, nonché compositore di testi di un certo livello - diciamo giusto una spanna sotto quel Bob Dylan che in America si studia nelle scuole tra i poeti contemporanei - transitato da Florida State e da UCLA senza tuttavia portare a casa una laurea. Il figlio dell'Ammiraglio George S. Morrison tuttavia, insieme ai compagni di squadra Manzarek, Krieger e Densmore (a completare il quintetto mettiamoci Albert Hoffmann, e William Blake come Head Coach), si è ritagliato un posto di tutto rispetto nella storia. Del rock, ok, ma non solo di quello.

Quindi tocca allo scozzese  Grant Morrison, autore di fumetti principalmente per la DC Comics, non so se vi dice niente il nome "Batman". Se la risposta è no, benvenuti sul Pianeta Terra, terzo del sistema solare, eccetera. Eisner Award 2006, per le statistiche, nonché, a quanto pare, unico autore di fumetti ad avere un alter ego nel mondo delle nuvole parlanti, i cui diritti sono peraltro detenuti dalla DC Comics di cui sopra.

Se vi siete chiesti il perché di questo lungo preambolo, il motivo vero per cui ne stiamo parlando qui è il terzo capitolo della saga, quell'Adam Morrison dal look vintage che più vintage non si può, attualmente in forza (?) ai Los Angeles Lakers, che come si evince dalla colonna a destra del presente pezzo, sono i campioni NBA in carica. La storia di Adam è talmente singolare da meritare di essere raccontata qui, nonostante non sia un giocatore che in gialloviola sposti alcun equilibrio. Nel corso della sua carriera NCAA a Gonzaga (Alma Mater di John Stockton, nel caso ve lo foste dimenticati), durante la stagione 2005-2006, il suo rendimento era tale che secondo alcune accreditate giurie di addetti ai lavori poteva essere considerato alla pari di Sua Maestà JJ Redick, uno che nel basket collegiale le onde le ha fatte per davvero. E in effetti il giorno del draft il suo nome venne fuori per terzo, dopo i soli Bargnani e Aldridge. Grazie soprattutto ai 28.1 per allacciata, che avevano fatto gridare più d'uno al redivivo Larry Bird. A posteriori, magari non era il caso, ma vai a saperlo. E poi, a sceglierlo era stato un certo Michael Jordan, roba che te la metti anche nel biglietto da visita. In sovrannumero, aggiungete che questo qua si fa le punture di insulina nell'addome quando non è in campo, perché a 13 anni gli è stato diagnosticato il diabete. Per un periodo, durante la sua stagione da rookie, era anche in testa ai ranking ufficiali. Poi, un po' la difesa, un po' le triple che non sempre entravano, ha perso posizioni ed è comunque entrato nel secondo quintetto di fine stagione. La fortuna, poi, ha preso a voltargli a poco a poco le spalle, nel senso che la sua seconda stagione NBA non è neanche iniziata, a causa della rottura del crociato anteriore quando mancavano dieci giorni alla prima palla a due. Al ritorno nei campi dei pro, l'anno dopo, lo spazio era diminuito, fin quasi ad azzerarsi. Così, quando ai Lakers mancava una contropartita per equilibrare lo scambio Brown-Radmanovic, ecco che il terzo dei Morrison celebri se ne va in gialloviola. Così, nel suo curriculum, può anche mettere "parte del roster dei Los Angeles Lakers campioni NBA 2009". La sfiga sta nel fatto che, essendo stato tagliato prima dei playoff, l'anello di campione non dovrebbero averglielo dato. Segnali confortanti sono venuti dalla Summer League, anche se in campionato pare essere tornato in fondo a tutte le rotazioni di Coach Zen. Ma in fondo, anche così ha avuto ben più di un quarto d'ora di celebrità...

giovedì, ottobre 29, 2009

La mia prima volta...


AVVISO IMPORTANTE: questo è uno di quei post sboroni scritti da "uno di quelli che sono andati là a vivere per un pò, hanno visto una partita e lo vogliono far sapere a tutti...che pena..."

20 ottobre 2009, New York City, Madison Square Garden: perdo ufficialmente la mia verginità nei confronti della Lega assistendo alla mia prima partita live, Knicks-Celtics. Solo preseason? Dettagli…

Essendo un occasionale (molto occasionale) frequentatore di palazzetti dello sport italici rimango spiazzato dall’effetto che fa stare dentro a “the world’s most famous arena” (sempre modesti…), avendo pagato una cifra degna di nota ero munito di seggiolino molto vicino al canestro (5-6 metri dietro al tabellone) e noto subito che se guardo il campo sembra tutto raccolto e piccolino, quasi fossimo in un back yard qualunque, ma quando alzo gli occhi mi rendo conto che sono sul fondo del secchio e l’immagine fa tremare le gambe…

Arrivato con un anticipo mostruoso (la tensione…) vedo che in campo c’è Big Baby Davis che si scalda, penso: “Beh, non sarebbe male avvicinarmi un po’ e fare un paio di foto…” ecco più mi avvicino timidamente più mi rendo conto che non ci sono barriere tra me ed il campo e che nessuno mi ferma (?!?)

Mentre sono impegnato a fare un paio di foto a Davis mi avvicina una coppia di ragazzi di Boston, abbonati ai Celtics che salutano (e vengono calorosamente ricambiati) Big Baby e iniziano a urlare “’Sheed! ‘Sheed!”…già perché io – ormai completamente rincoglionito – non mi ero accorto che nel frattempo era entrato in campo Rasheed Wallace (uno dei miei all-time favourites) che stava tranquillamente facendo horse a 5 metri da me!

Se vi piace il basket veder tirare quello lì nel riscaldamento è una benedizione…praticamente tira il 95% senza sforzo (e va bene che non è marcato ma questo è un 2.10 abbondante…non so se mi spiego…), la cosa devastante (una delle tante…) è l’altezza da cui parte il pallone quando tira, roba che non è semplicemente contestabile…

Chiedo ai miei due nuovi amichetti ultras dei Celitici se è prevista un’apparizione del Garnett ma – ahimè – mi dicono che LUI non scende mai in campo prima della presentazione delle squadre…merda…

Meanwhile si fa vedere anche qualche Knick ma niente Danilo per ora…il palazzo si riempie lentamente (molto, troppo lentamente…) poi le squadre scendono in campo per gli ultimi dieci minuti di warm up e KG5 saluta il pubblico del MSG con una schiacciata degna di un più nobile turno di playoff…

Arriva il momento – molto americano – dell’esecuzione dell’inno nazionale: una bambina che onestamente non mi fa impazzire per come canta, ma che in quel contesto alla fine funziona…

Si spengono le luci ed iniziano le presentazioni delle squadre: piccola delusione, fanno molto più effetto viste in tv che dal vivo, primo perché non sai mai se guardare il mega plasma sopra la tua testa o il campo, secondo perché “bello per carità ma quando cazzo inizia la partita?!”

Si alza la palla a due e come per magia tre ore e quaranta minuti (3 h e 40 min.!!!) volano via…e mi rimangono in mente un urlo di Garnett che ancora non mi fa dormire la notte per la paura ed “una Danilovic” del Gallo (finta direzionale direttamente dal palleggio e tiro da tre) più la netta sensazione che questo sia un altro sport rispetto al nostro basket…

Valutazioni random:

Gallinari: Tecnicamente sono convinto che sia il numero 1 dei Knicks e vederlo dal vivo mi ha confermato come sia la cosa che più mi ricorda Toni Kukoc, purtroppo anche in difesa…lo hanno ingrossato tanto – credo per i problemi alla schiena – ma questo lo rende ancora più lento di quanto già non fosse. In attacco non ha problemi contro (quasi) nessuno anche a questo livello, in difesa sono cazzi…e qua la difesa conta tanto. Nel primo tempo ha avuto vita difficile perché marcato da ‘Sheed poi si è sbloccato ed ha fatto bene anche quando attaccava contro Pierce…

David Lee: Mi ha onestamente impressionato, non è un giocatore spettacolare né di particolare talento ma è sempre al posto giusto e quello che deve fare – sgomitare sotto canestro, prendere rimbalzi e tirare dentro un raggio di quattro/cinque metri – lo fa benone…

Nate Robinson: non lo capisco…velocissimo e di un atletismo fuori da ogni paragone…ma onestamente non lo vorrei mai in una mia squadra perché non costruisce mai gioco (e dovrebbe essere un play)…

Al Harrington: grandissimo talento. Ha giocato praticamente da solo per tutto il primo tempo tenendo NY a galla…e aspettando che Gallinari e Lee iniziassero a giocare…

Garnett: brutte notizie per noi tifosi gialloviola…se lui sta bene i Celtics sono da titolo. Con Wallace hanno fatto vedere momenti di difesa al limite dell’annullamento dell’avversario…è qualcosa di più del semplice leader della squadra…intimidatorio per tutti, pubblico compreso.

Wallace: Gioca nella sua situazione ideale, come durante il suo primo anno a Detroit: minuti di qualità in una squadra fondata sulla miglior difesa della Lega e con uno (KG), due (PP) e forse tre (Allen e Rondo) uomini che in attacco vengono prima di lui (ma NON sono più importanti). Come quell’anno a Motown non deve essere l’eroe tutte le sere ma solo quando ne ha voglia…ah, quell’anno ha vinto il titolo…sarà un caso?!

Rondo: Il giocatore che più mi ha sorpreso…forte in attacco e solido in difesa (ruba tutto quello che gli capita vicino), velocissimo e sempre attento alla squadra. Iperprotetto da Garnett, si sente assolutamente a suo agio nel ruolo chiave di play…come ho detto ai miei amici in Italia: per essere Tony Parker gli manca solo Eva Longoria.

Bene. Bravi. Ma iniziamo la stagione vera chè sarebbe anche ora…

Update: La stagione è effettivamente iniziata con una vittoria senza gloria dei Lakers nel derby (dopo la cerimonia di consegna degli anelli) e soprattutto con buone (buonissime?!?) prestazioni degli italiani... Bargnani DEVE andare all'All-Star Game quest'anno...

giovedì, agosto 27, 2009

Welcome to the Sunny California


Due o tre cose (vabbè facciamo quattro) sull’estate losangelina…

1) Sono tifoso dei Lakers. Da sempre. Da quando a metà degli anni Ottanta mi feci comprare una canotta giallo-viola che avevo visto in vetrina in uno di quei negozi del lungo mare di Rimini, uno di quelli cui passi di fronte per andare in spiaggia. Ero piccolo (tipo 7-8 anni), non avevo la minima idea di cosa rappresentasse quella maglia, ma mi piaceva ed i miei me la comprarono. C’era sù un numero. Il 32.

Capirete quindi che il giungo del 2009 avrebbe dovuto rappresentare una goduria non indifferente per il sottoscritto: un titolo vinto dopo un periodo di magra, con una squadra rinnovata e abbastanza giovane, il primo dell’era Bryant “gone solo”...insomma roba grossa.

Vi è mai capitato di assaporare la sensazione – piuttosto amarognola – di non riuscire a godervi una cosa fino in fondo, perchè sembra sempre esserci qualcos’altro che ve la rovina? Ecco, a me è successo guardando la parata celebrativa dei Lakers, lo scorso giugno.

Dopo tutte le discussioni sul fare o meno la parata stessa (il “Governator”- come ha recentemente mostrato in un video su Twitter, dove con un coltello di 30 cm. “illustra” i tagli della sua amministrazione ai californiani - non aveva i fondi, il Comune di LA anche meno e la parata costa un milione di usd tondi-tondi), quando finalmente si riesce ad organizzare qualcosa arriva il patatràc...almeno per me.

Va bene che Howard è il centro più forte (anche perchè è l’unico rimasto, insieme al cinese) della Lega, va bene Hedo il turco e Lewis...ma non c’era Garnett...ecco il problema: questo titolo per me è un “titolino”, uno di quelli che tutti ricorderanno come “sì avete vinto, ma se arrivava in finale Boston...”. Ed è la verità, con KG Boston sarebbe tornata – verosimilmente – in finale e sarebbe stato un altro discorso. In caso di vittoria sarebbe stato un Titolo e non un titolino.

2) Bryant è sempre Bryant: Dando un’occhiata alle immagini della parata stessa noto subito che c’è un’altra cosa che non va: una maglietta, quella di Bryant per essere precisi.

Non c’è niente da fare, ci sono persone che non riescono a smentirsi mai...”sei così stupido da non accorgerti nemmeno che hai vinto!” dice Harvey Keitel a George Clooney in “Dal Tramonto all’Alba”...un concetto che sembra andare a genio per il Mamba...non che lo ritenga uno stupido, ma una persona che non riesce a godersi quello che ottiene perchè costantemente tormentato da manie persecutorie quello sì.

La maglia in questione aveva due difetti, che poi sono sostanzialmente uno, lo stesso: il sentirsi diverso, fuori dal gruppo. La stampa sul petto del 24 era un disegno di una mano – quella di Bryant – in graffiti style con 4 anelli di campione NBA alle dita, da questo due considerazioni: 1) Nessun altro (tranne Fisher) ha partecipato alle quattro cavalcate vincenti dei gialloviola dal 2000 a qua; 2) Tutti gli altri (Da Fish compreso) avevano la maglia celebrativa della squadra, la squadra appunto, un concetto che a Kobe rimane proprio indigesto.

Ora...io capisco che Bryant si sia tolto una scimmia enorme dalla spalla vincendo questo titolo, ma non mi sembra questo il modo adatto a celebrare, in fondo quando giocava senza Gasol e Odom (o senza Ariza) non è poi che avesse tanto da festeggiare...

Se passi gli ultimi tre-quattro anni a dichiarare ai quattro venti di essere un giocatore cambiato, un uomo squadra, non più un solista, che dopo quello che è successo in un hotel di Eagle in Colorado tutto sarà diverso ed alla prima occasione ti metti una maglia che dice “bravi tutti ma io un pò di più” poi le critiche te le cerchi.

3) La Nike ha perso il senso della misura: Probabilmente la colpa è anche – almeno in parte – della Nike che quest’estate non ne ha indovinata una: prima la maglia celebrativa del titolo di MVP della regular season per James (fatta uscire all’indomani della sortita di quest’ultimo dai playoff con tanto di figura da bamboccio che se ne va senza salutare “perchè il pallone è mio e si gioca come dico io!”), poi la storia del video sequestrato ai giornalisti in una palestra dell’Ohio (sì, quello del tipo del college che stampa la bimane su LBJ...) ed infine questa maglietta tanto di buon gusto...

4) Goodbye Trevor, Welcome Ron-Ron: A concludere l’opera è arrivato il botto di mercato – e speriamo che sia l’unico “botto” della stagione di LA – l’acquisto di Ron “cojones” Artest, praticamente come mettere Gattuso e Poulsen (o un israeliano ed un palestinese) nello stesso spogliatoio e dirgli “mi raccomando comportatevi bene, ovviamente per il bene della squadra!”...un’operazione stile “Oasis” insomma (che fanno dischi e concerti quando i Gallagher Bros. riescono a non prendersi a manate per almeno mezz’ora)...io già sento lo “swoosh” nell’aria (che non è il logo della Nike ma il rumore del destro di Artest al primo comportamento da fighetta di Bryant)...Che poi c’era davvero bisogno di questo scambio? Ron è un grandissimo difensore ed un giocatore troppo spesso sottovalutato in attacco (dove ha messo in bacheca anche cifre notevoli in carriera), ma metterlo in un ambiente come quello di Hollywood a me sembra un pò pericoloso. Tra l’altro sacrificando Ariza che è stato protagonista di una grande stagione (soprattutto in difesa) e che è anche molto più giovane (Artest è un ’79 mentre Ariza un ’85) ed in teoria più futuribile...Mah, solo a Los Angeles...


venerdì, giugno 26, 2009

Gente che viene, gente che resta, gente che va...

...ovvero, la stagione 2009-2010 in pillole.

Gente che viene. Ovvero, la Pallacanestro Varese. La permanenza in purgatorio - la comunque avvincente LegaDue - dura solo un anno, grazie al Pillastrini, ai Grandi Vecchi che sono rimasti, al sempre ben accetto Fattore C. Anche perché Veroli è stata avversaria tosta, capace di battere i biancorossi sia in finale di Coppa Italia di Legadue sia nello scontro diretto dell'andata, trasformando in un must-be-win l'ultima di campionato, che i ragazzi del Pilla hanno portato in cascina con un 81-70 sudato ma meritato, di fronte ad un PalaWhirlpool che sembrava quello dei tempi di Poz & Menego. Bentornata, Varese.
Anche Daniel Hackett viene, a giocare in Italia, però. Non credo ci sia rimasto benissimo della mancata chiamata al draft NBA, chissà perché oramai che c'era non ha deciso di fare l'ultimo anno di college. Comunque sia, la Benetton Treviso è un gran bel posto per crescere. Per lui e Motiejunas. Non sapete chi sia il secondo? Lo scoprirete tra poco.
Gente che resta. La Nazionale Italiana. Resta, nel senso che resta al palo. Niente qualificazione agli Europei di Polonia nell'additional round di agosto, se la giocheranno dopodomani Francia e Belgio (inutile che vi dica chi è favorito), e salvo sorprese che non paiono dietro l'angolo, niente mondiali il prossimo anno. Resta fermo tutto il movimento del basket italiano, perché era anche grazie alle imprese degli azzurri di una decina di anni fa se oggi abbiamo Bargnani, Belinelli, Gallinari eccetera. Peccato che non siano bastati. Pare difficile che resti Recalcati, ma non ce ne stupiremmo poi molto. Non sempre le disfatte sono colpa del generale, a volte sono anche le truppe a non comportarsi nel modo dovuto. Ad esempio sottovalutando un girone di qualificazione agli Europei che pareva ampiamente alla portata dei nostri.
Gente che va. "Houston? Abbiamo un problema...", oltre che un classico del cinema, pare essere diventata una realtà per Michael Beasley, passato dall'essere una delle stelline emergenti dei Miami Heat ad un maniaco depressivo nel breve volgere di una offseason. No (further) comment. Anzi, uno si. La vita è 'na mmerda, fratello. Soprattutto se per guadagnatte da campa' devi gioca' a basket. Aripijete!
Anche Belinelli va, destinazione Toronto Raptors: meglio così, finalmente vedremo quale siano le sue reali potenzialità in chiave NBA. Va anche Ettore Messina, che si avvicina un po' all'Oceano Atlantico, da Mosca a Madrid, sempre con la vittoria dell'Eurolega in testa. Non sarebbe male un coach galactico in nazionale, anche se a quanto pare in caso di partenza di Recalcati ci toccherebbe Pianigiani, uno che di italiani se ne intende. Anche Allen Iverson va, anche se ancora non si sa dove, a regalare i suoi ultimi sprazzi di classe: non oso pensare a cosa accadrebbe se si decidesse ad andare in una certa cittadina della Florida...
Infine, anche la Fortitudo Bologna va. E questo, checché ne pensino i virtussini, è un peccato.
Sono solo pillole, peraltro ovviamente a bocce ferme: non resta che mettersi seduti e vedere cosa hanno in serbo per noi gli dèi del basket.

lunedì, giugno 15, 2009

NBA Finals Game 5: Orlando Magic 86 - LA Lakers 99

La stagione NBA 2008-2009 è finita ieri notte. Dopo 105 partite, delle quali 81 vinte, i Los Angeles Lakers sono campioni per la quindicesima volta della loro storia (ma se proprio vogliamo essere pignoli, per la DECIMA volta da quando la franchigia si è spostata in California).
Riguardando indietro alla stagione appena trascorsa, salta agli occhi come questo titolo fosse nell'aria. Lo scorso anno, ci vollero i Boston Celtics più affamati di vittorie di sempre, per aver ragione della Banda Bryant in sei gare. In questa stagione, la loro supremazia nella Western Conference è stata, a conti fatti, nettissima (undici vittorie di vantaggio sulla seconda in Regular Season, 44-8 il record contro le squadre della Conference). Kobe Bryant, uno che ha già tre anelli alle dita, e quando ci sarà la cerimonia di premiazione di questa stagione si infilerà il quarto, ha dimostrato a tutti gli scettici che si sbagliavano nei suoi confronti. Un po' come fece Valentino Rossi quando passò alla Yamaha, per dimostrare a tutti che lui era il numero uno e non lo era perché aveva la moto migliore. Kobe inseguiva un obiettivo ben preciso dall'addio di Shaq O'Neal alla franchigia losangelina: far vedere a tutto il mondo che lui sarebbe stato in grado di brillare di luce propria, di non vivere una carriera "alla Scottie Pippen", di non essere solo e soltanto il miglior secondo violino possibile, ma di poter guidare dei Lakers costruiti attorno a lui alla vittoria. E in questi anni ci ha provato in tutti i modi. Fino a quando, con l'arrivo di Gasol, i pezzi del puzzle hanno cominciato ad andare al loro posto. Bryant è il giocatore offensivamente più completo e devastante della Lega dai tempi in cui il 23 in rossonero ha deciso di dedicarsi ad altro. Aveva solo bisogno di non avere tutta la pressione della difesa su di sé. Ed ecco arrivare un lungo in grado di portare in cascina un 20+10 quasi ogni sera (Pau Gasol). Ecco che il quintetto viene completato con un play d'esperienza (l'eterno Derek Fisher), un centro giovane e con ampi margini di miglioramento(Bynum) e un'ala in grado di portare tanta intensità sui due lati del campo (Ariza). Aggiungiamo un sesto uomo di lusso (Lamar Odom), un buon cambio per il play (Farmar), un paio di tiratori (Walton e Vujacic) e l'alchimia, se ci pensiamo un po', è perfetta. Non a caso il Mastro Alchimista è al suo decimo anello, con buona pace di Red Auerbach, da non molto tempo passato a miglior vita.
In tutto questo, gli Orlando Magic hanno potuto recitare poco più che il ruolo della comparsa. Troppo giovani, troppo inesperti, forse anche troppo contenti di essere arrivati fin lì, contro ogni pronostico, e di aver fatto meglio degli strabilianti Magic di Hardaway-Anderson-Scott-Grant-O'Neal. L'aver vinto una partita soltanto è forse un po' pochino per loro, considerando come si sono svolte le gare 2, 3 e 4. Ma non si diventa campioni NBA per caso, lo sappiamo tutti. E inoltre, a parziale discolpa dei ragazzi di Van Gundy, c'è anche il fatto di aver perso per strada Jameer Nelson, uno che era appena arrivato all'All-Star Game, smentendo sul suo conto tante persone, compreso l'estensore del presente pezzo. In gara-5, tra l'altro, si è replicato in parte il copione di gara-1: Lakers che sovrastano Orlando a rimbalzo (47-36 il conto per i gialloviola), e Orlando che perde una delle sue armi migliori per potersela giocare. Però partono benino lo stesso, i Magic, tenendo botta, andando avanti anche 19-10 con cinque minuti da giocare nel primo quarto, e 34-28 in apertura di secondo periodo. Ma Los Angeles non molla, non può mollare, e in meno di quattro minuti confeziona il sorpasso, sul 42-40 grazie alla tripla di Ariza. Il parziale che decide la stagione NBA è di 12-0 (o, se preferite, di 24-6), ed è proprio questo. I Lakers vanno in corsia di sorpasso, e senza voltarsi indietro arrivano al traguardo. Bryant ne mette 15 nel primo tempo e 15 nel secondo, conditi da 5 assist (quasi tutti nel parziale di cui sopra), 6 rimbalzi, e già che c'è anche 4 stoppate. Come non dargli il titolo di MVP delle Finals, ora che per l'ennesima volta ha relegato tutti, compagni ed avversari, al mero ruolo di comprimari?

sabato, giugno 13, 2009

NBA Finals Game 4: Orlando Magic 91 - LA Lakers 99 (OT)

Ecco, a questo punto possiamo affermarlo con convinzione. Questa serie delle Finals ha un padrone, e sono i Los Angeles Lakers. Andando a vincere gara-4 in Florida, i gialloviola si sono procurati 3 match-point, dei quali gli ultimi due casalinghi, che è obiettivamente la miglior situazione nella quale si sarebbero potuti trovare dopo quattro partite di finale, contro questi Magic. Che peraltro, in gara 4 hanno palesato nuovamente quei difetti di intensità e inesperienza dai quali per ovvi motivi non possono liberarsi da un giorno all'altro, per di più contro una squadra scafata come questi Lakers. Inesperienza, innanzitutto: sull'87-84 con 11 secondi da giocare alla fine del terzo quarto, Dwight Howard ha fatto 0-2 ai liberi, e nell'azione successiva i Magic non hanno fatto fallo per mandare qualcuno dei Lakers in lunetta, ma hanno permesso a Fisher di segnare la tripla del pareggio. Inoltre, stavolta è stato il francese Mickael Pietrus a sbagliare il tiro che avrebbe potuto dare la vittoria a Orlando e pareggiare la serie. Nell'overtime, poi, dopo la tripla di Rashard Lewis in apertura, i Magic hanno totalizzato UN punto in 4'34", e i Lakers si sono portati a casa la seconda partita che avrebbero potuto anche perdere in questa serie. Dopo gara-1, in effetti, regna un buon equilibrio, in questa serie, ma è un equilibrio che i losangelini girano quasi sempre a loro favore grazie alle giocate dei loro uomini migliori. Non è un caso, infatti, se Bryant (32 punti e 8 assist), dopo aver tirato maluccio nei tempi regolamentari (9-26) ha aggiustato la mira nell'overtime, segnando i primi due canestri dei Lakers, quelli che li hanno riportati avanti proprio dopo la tripla di Lewis. Non è un caso neanche che gli altri otto punti gialloviola vengano da Fisher e Gasol. Nelle finali NBA, si sa, a fare la differenza sono spesso le piccole cose. Come, e non è la prima volta, il rapporto tra recuperi e palle perse, impietoso per i Magic:  LA 8-7, Orlando 4-17. E queste piccole cose, spesso, vanificano il gran lavoro dei singoli. Come Dwight Howard, responsabile di 7 dei 17 turnover biancoblu, ma anche protagonista di una gara su livelli mostruosi, con 16 punti, 21 rimbalzi e 9 stoppate. O come Turkoglu, 25 punti con 8-13 dal campo, compresi i canestri che avevano illuso la Amway Arena portando i Magic sull'87-82 con un minuto e mezzo da giocare.  Sulla sponda Lakers, invece, oltre ai 32 di Kobe, ce ne sono 16 a testa di Ariza e Gasol (di cui, come detto, 5 nell'overtime, dove si è anche beccato un fallo antisportivo da Pietrus, che onestamente meriterebbe la squalifica per gara-5), 12 da Fisher, che dopo aver fatto 0-5 da tre nei primi 47 minuti e mezzo di gara, ha deciso di mettere la prima tripla della sua partita a meno di 5 secondi dalla sirena, e la seconda nei supplementari. I Lakers hanno poi tenuto botta a rimbalzo, nonostante Superman (39-41 il confronto sotto i tabelloni), grazie ai 10 di Gasol, ai 9 di Ariza, ai 7 di Bryant e ai 5 di Odom (per lui anche 9 punti), che hanno in qualche modo supplito all'inconsistenza di Baby Bynum in queste finali, in chiara difficoltà nel cercare anche solo di limitare Dwight Howard. Per Andrew, che ha sin qui 6 punti e 4 rimbalzi di media nelle Finals, solo 15 minuti in campo e 5 falli spesi. Ma i Lakers sono una squadra, e lo stanno dimostrando proprio contro i Magic, che hanno fatto del gioco di squadra la loro ragion d'essere, e soprattutto il motivo per cui sono arrivati alle finali. Nonostante non riescano a superare i gialloviola, ma onestamente non si può fargliene una colpa.

mercoledì, giugno 10, 2009

NBA Finals Game 3: Orlando Magic 108 - LA Lakers 104

Meglio di così non si poteva, chiaramente se siete tifosi degli Orlando Magic. Perché è successo che i Magic sono riusciti a fare bene praticamente tutto quello che nelle prime due partite non era riuscito loro: hanno tirato con percentuali alte dal campo (62.5%, che tra l'altro è un record per una finale NBA), hanno alternato efficacemente il gioco sotto canestro (Howard 21 e 14 rimbalzi, Turkoglu 18) a quello sugli esterni (20 punti con 8-12 dal campo per Skip to my Lou, al secolo Rafer Alston), hanno battuto i gialloviola sia a rimbalzo che nel rapporto recuperi-palle perse. Ora, se dopo tutto questo popò di roba, i Magic l'hanno spuntata solo nel finale, mettendo la partita in ghiacciaia praticamente a due decimi di secondo dalla sirena dell'ultimo quarto, ci sono almeno due cose che saltano all'occhio.
La prima è che anche i Lakers hanno fatto anche loro un partitone. Per la terza volta sopra i 100 punti in tre gare di finale,Bryant e Gasol efficacissimi in attacco, una buona prova anche da Odom, Fisher, Farmar e Ariza, che però deve smetterla di pensare di essere un tiratore da tre. La seconda, che è la logica conseguenza della prima, è che LA è una squadra tosta, tostissima, perché con qualche scelta più oculata offensivamente forse saremmo qui a parlare di serie ormai compromessa. In ogni caso, stavolta sono i Magic ad aver compiuto la missione, e ad aver ribaltato alcuni dettami fin qui emersi dalle due gare losangeline: ora sono i Lakers a dover registrare la difesa, a dover lottare di più a rimbalzo (se Gasol e Bynum ne totalizzano 7 in due anche nelle prossime uscite, non c'è speranza, caro coach Zen), e in entrambi i casi c'è un disperato bisogno di Baby Bynum, sin qui quasi ininfluente nella serie. C'è da aspettarsi un Kobe in versione "giorni migliori" in almeno una delle due gare che restano in Florida. Del resto, è proprio in Florida che è successo l'unico "semi-miracolo" delle NBA Finals in formato 2-3-2, ovvero vincere il titolo dopo aver perso le prime due gare, anche se non dei Magic stiamo parlando ma dei Miami Heat versione 2006, tutt'altra squadra a livello di esperienza nel roster, e - impressione personale di chi scrive - anche a livello di talento. Oggi come oggi, l'ago della bilancia pende talmente tanto a favore dei Lakers che solo loro possono perdere questo titolo. Ma in fondo, dopo le prime due gare, si diceva lo stesso dei Dallas Mavericks.

martedì, giugno 09, 2009

NBA Finals Game 2: LA Lakers 101 - Orlando Magic 96 (OT)

Stavolta, va detto, c'è mancato meno del previsto. Nel senso che Orlando, come detto in precedenza, non è stata la bruttura vista in buona parte di Gara-1, tutt'altro. Anzi, i Magic sono andati ad un alley-oop sbagliato da Courtney Lee dal ribaltare il fattore campo delle Finals. Opinabile e ancora inspiegata la decisione per cui l'ultimo tiro di una gara delle Finali debba essere affidato ad un rookie, che peraltro era stato in campo 11 minuti totali, e che - sia detto senza offesa - non è sembrato sin qui esattamente Magic Johnson. Soprattutto quando in campo hai un certo Hedo Turkoglu. Ma così è la vita, l'azione era congegnata bene, la palla non è entrata. Si è andati all'overtime, dove Pau Gasol ha messo 7 dei 13 punti totali dei Lakers, che hanno fatto valere ancora una volta la maggiore esperienza in situazioni del genere, contro Orlando che è riuscita a mettere la testa avanti solo all'inizio del supplementare, grazie al gioco da 3 punti di Superman, giusto prima di subire il 7-0 che ha chiuso il discorso del capitolo 2 delle Finals. E dire che stavolta Orlando aveva fatto del suo meglio, tirando quasi il 42 % dal campo, vincendo 44-35 la sfida a rimbalzo, trovando un Rashard Lewis in giornata di grazia (34, 11 rimbalzi, 7 assist, 6-12 da tre), coinvolgendo al meglio Dwight Howard (17 punti e 16 rimbalzi per lui, ma anche 7 palle perse) e Turkoglu (22 e 6 rimbalzi, anche lui però con 5 turnover). Però ancora una volta sono state le piccole cose, a fare la differenza. Come appunto le 20 palle perse dei Magic con solo 5 recuperi, contro il 12 e 12 dei gialloviola. Che hanno trovato un gran Kobe (ma non superlativo come in gara-1, per lui 29 punti, 8 assist e 7 palle perse) ma soprattutto un gran Pau Gasol, che al di là dei 7 punti del supplementare ha messo insieme una doppia doppia di gran livello (24 e 10, con 10-11 dalla lunetta), e un redivivo Lamar Odom (19 punti con 8-9 dal campo e 8 rimbalzi).
Ora la serie si sposta a Orlando. Coach Van Gundy non ha tantissimo tempo per registrare le cose che non vanno, a cominciare dalla difesa, che nelle prime due gare ha concesso un po' troppo a LA (100.5 punti di media con il 46% dal campo è un discorso pesante per delle gare di finale NBA), proseguendo con l'apporto delle guardie, in primis Alston e Nelson che in queste due gare non è che abbiano fatto proprio le onde. Orlando ha dei piccoli margini per fare un pochino meglio, LA sembra una macchina oliata alla perfezione. Se i Magic innalzano di un altro gradino il livello del proprio gioco, tutto può ancora succedere. Altrimenti il destino di questa serie pare scritto a chiare lettere.

venerdì, giugno 05, 2009

NBA Finals Game 1: LA Lakers 100 - Orlando Magic 75

Archiviata un'edizione dei playoff in cui quasi niente di quello che era scritto è sembrato avverarsi, soprattutto ad Est, ieri notte ha avuto inizio l'atto finale della stagione NBA, le Finals. Un po' come quando per Alex di Jack Frusciante arriva giugno: è il mese della resa dei conti, il mese dove le emozioni sono più forti, dove tutti i nodi vengono al pettine.
Di tutti i protagonisti annunciati, dai Celtics che cercavano il Back-to-back, a LeBron James che cercava la definitiva consacrazione, a Dwyane Wade che cercava di tornare al top con gli Heat, alla fine, l'unico che ha saputo restare al top è stato quel signore a cui ancora nessuno, anche per quest'anno, è riuscito a sfilare lo scettro di vero numero uno della Lega, al di là delle antipatie, al di là degli awards di giornalisti e sponsor: mr. Kobe Bryant. I Lakers sono in finale, da favoriti. Il che, se parametrato con le aspettative di inizio stagione, dove si partiva da una finale persa 4-2 contro La Rediviva Boston, significa "missione compiuta". In questa sede merita tuttavia un elogio grande così Chauncey Billups, che ha visto affondare al primo turno i suoi ex compagni di squadra in un 4-0 contro i Cavs mentre lui prendeva per mano i Denver Nuggets e li portava dove non arrivavano da tanto, tantissimo tempo, alle finali di Conference, dove lui invece è presente ininterrottamente dal 2003. Chapeau. Ma torniamo a noi.
Ora, per entrare un secondo nel "fatto agonistico", le cose da rilevare sono sostanzialmente queste: che il Black Mamba di cui sopra fosse in effetti immarcabile per i Magic, lo si poteva immaginare, e infatti il suo fatturato parla di 40 punti con 8 rimbalzi e altrettanti assist. Quello che magari era più difficile da immaginare a priori era che Orlando arrivasse alle Finals con le polveri bagnate, bagnatissime, nonostante il rientro di Jameer Nelson: tirando sotto il 30% dal campo si perde 4-0, contro questi Lakers qua. Peraltro, se in una squadra hai Dwight Howard e prendi 14 rimbalzi in meno dei tuoi avversari, beh, anche questo è un problema non di poco conto. In effetti, a coach Van Gundy giravano a velocità vorticosa, su quest'aspetto, tanto da evidenziarlo anche in conferenza stampa. Peraltro, i Magic che sono arrivati in finale meritatamente, giocando da squadra, hanno subito non solo il sopracitato Bryant (e va bè, direbbe uno), ma anche il "collettivo LA", con cinque giocatori tra i 9 e i 16 punti (Gasol, Odom, Fisher, Bynum e Walton). E dire che il primo quarto e l'inizio del secondo avevano illuso un po' tutti i tifosi dei Magic, con Orlando capace di chiudere i primi 12 minuti sul +2 ed arrivare al + 5 più volte in apertura di seconda frazione. Ed è stato lì che il sonnecchiante KB24 è salito in cattedra e ha sentito l'odore del sangue. Sul 33-28 Magic, con 8'32" da giocare, LA chiama time out. Kobe ha fino a quel momento 6 punti e 2 assist. I Lakers rientrano sul parquet e piazzano un 10-0 quasi tutto di marca Bryant (6 punti e un assist per Walton, oltre a due rimbalzi). I Magic non avrebbero più messo il naso avanti, mr. Black Mamba non si sarebbe più fermato.
Se ne riparla in gara-2, perché i Magic non potranno essere così brutti per tutta la serie e perché i Lakers non sono una squadra capace di grande costanza. Però, il primo sangue è del 24, con buona pace di chi non si arrende al fatto che sia lui il numero 1 del dopo-Jordan.