venerdì, marzo 01, 2019

Cinque Citazioni

Allora, il giochino era questo:  nel mio articolo sul draft 2003 per La Giornata Tipo ho inserito cinque citazioni, chiedendo ai lettori di indovinarle tutte. Non ci è riuscito nessuno (o più probabilmente nessuno mi ha considerato), quindi questo è quanto.

1. Il titolo, "EVERYBODY GET UP IT'S TIME TO SLAM NOW" è un verso della canzone "Space Jam" dei Quad City DJ's, parte della colonna sonora di, indovinate un po'? Space Jam.


2. "C’è nelle cose umane una marea che colta al flusso mena alla fortuna: perduta, l’intero viaggio della nostra vita si arena su fondali di miserie." Questa era esplicitata, ed è tratta da "Giulio Cesare" di William Shakespeare.

3. "Del senno di poi si può sempre ridere e anche di quello di prima, perché non serve". Questa è tratta da uno dei più bei romanzi in lingua italiana che siano mai stati scritti, "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo.

4. "una specie di società di frutta" è un omaggio a Forrest Gump, film che se non vi ha fatti commuovere neanche un po', boh, io con voi non ci voglio avere niente a che fare.


5. Ma questa, fortunatamente, è stata individuata da più parti, "la risposta è dentro di te, e però è sbagliata" è un omaggio all'immenso Quèlo di Corrado Guzzanti.


martedì, febbraio 26, 2019

Giocatori di basket che sono pezzi di musica indie italiana, anzi ITPOP, ma anche un po' alt-rock, e insomma ci siamo capiti.

(pubblicato originariamente su Crampi Sportivi il 10 febbraio 2019) 


Travolti anche noi da quest'onda inarrestabile di note, questa verve creativa che ha attraversato la musica italiana da una decina di anni a questa parte, e in virtù di un Sanremo attualmente in corso ed altamente infestante, che ha ormai fatto propri anche l'indie e il suo fratello meno bello, l'ITPOP, al quale partecipano sia Motta sia gli Zen Circus, dopo che l'anno scorso a sfiorare la vittoria fu Lo Stato Sociale, abbiamo cominciato ad associare canzoni a volti, strofe a giocate.
Insomma, che cosa c'è di più bello di potersi vantare tra qualche anno coi propri amici di aver scoperto Cam Reddish PRIMA che diventasse troppo famoso per potersi comprare la canotta senza passare per mainstream? Come me che ho a casa la 3 di Georgetown comprata nella torrida estate del 1996, peccato che non ci fosse la mia taglia, peccato che non ci fosse scritto dietro IVERSON, ma come per un concerto di un artista indie, o comunque di una band di quelle che non passano praticamente mai alla radio, chi c'era sa. E allora, questo è quello che abbiamo tirato fuori.

Jason TERRY - 40 km (Le Luci della Centrale Elettrica)



l'altro ieri una stella è morta con un'esplosione violenta, dopo di lui, più nessuno a correre con le braccia ad ali di gabbiano, ti troverò prima che faccia chiaro.  
Jason Terry è di Seattle, la città dove è nata la più grande ribellione in musica dai tempi del punk.  Ha vinto due campionati di High School. Migrando verso sud, ha vinto un torneo NCAA in Arizona. Restando a sud, ha perso una finale NBA già praticamente in pugno, scivolata via dalle sue mani come la sabbia del deserto. Ha poi vinto un titolo NBA, sempre in Texas, quando aveva 34 anni ed era ancora il Jet.  
Qui dove anche le rondini si fermano il meno possibile, qui dove tutto mi sembra indimenticabile.


Stephon MARBURY - Manzarek (Canova)


Maledetto giornale, la borsa cade, e cade l'occhio sull'oroscopo, e il bello è che dice che tornerà tutto a posto, ma non so dove sei. Se c'è una cosa che odio di più è che non posso vederti tutti i giorni. 
C'è una sola buona ragione per cui i New York Knicks non ritireranno mai la maglia numero 3 di John Starks e quella sola buona ragione è Stephon Marbury.  Lo sappiamo, anche voi odiate non poter vedere tutti i giorni Stephon, soprattutto nella NBA di Stephen, ma comunque tranquilli, non è una lacrimuccia, quella che vi cola sulla guancia, è solo questo vento freddo di febbraio.



Brandon ROY - La nostra ultima canzone (Motta)


E se fossimo ancora insieme. E se questa fosse l'ultima canzone. Abbiamo finito le parole, e tu che non hai mai capito da dove cominciare. 
Eh oh, se a voi non manca Brandon Roy in maglia Blazers, la prima cosa che possiamo pensare di voi è che abbiate un bidone dell'immondizia al posto del cuore. Uno che di soprannome era chiamato The Natural, e che faceva in scioltezza quelle cose che anche a noi tutti riescono benissimo. Alla play. è durato poco, ma è stato meglio averlo perso che non averlo mai avuto. 
E lasciati andare, respira forte la nostra ultima canzone. E non ti girare, adesso parte la nostra ultima canzone-


Steven ADAMS - Gli Zombi nel video di Thriller (Amor Fou)


Non ho letto il giornale, non ho trovato una casa e non so se lo farò domani.
 Non ho mai visto un ufo non ho fatto la spesa e non ho bisogno dei pensieri. 
Steven Adams è uno a cui è impossibile non volere bene, con quel suo look da chitarrista della vostra band indie preferita e quella mimica facciale e quel gioco senza fronzoli e quei tatuaggi e ammettetelo, quando ha stoppato Kevin Durant con la maglia di Golden State lo avete amato un po' anche voi.



Lloyd DANIELS - Cosa mi manchi a fare (Calcutta)


La pioggia scende fredda su di te, Pesaro è una donna intelligente, forse è vero ti eri fatta trasparente. 
Da leggenda dei playground newyorkesi a comparsa nella NBA a protagonista a Pesaro a comparsa nella NBA a giramondo nelle minor leagues USA a Scafati a Shanghai. Se conoscete qualcuno di più alt-rock di Swee' Pea, ditecelo pure. Un libro e un docu-film a raccontare la storia di un giocatore che ha segnato 7 punti di media in 200 partite in NBA. 
E allora dimmi che cosa mi manchi a fare,ti prego dimmi che cosa mi manchi a fare, tanto mi mancheresti lo stesso, che cosa mi manchi a fare? Ti prego dimmi...



Brook LOPEZ - Limone (Giancane)


Con gli anni 80 avete rotto il cazzo,che poi hanno rotto il cazzo già dagli anni 80. 
"I centri devono tirare da sotto, stare sotto canestro, fare a sportellate, prendere rimbalzi, lottare, sgomitare, incazzarsi per quando i play non gliela passano e si prendono un tiro insensato." Ma chi l'ha detto? E soprattutto, come fate a non volere bene ad un giocatore così, che per restare in classifica ha esplorato tutti o quasi i generi musicali, pardon, le evoluzioni possibili del gioco?
E la radio passava gli Stadio e poi Ron, Vasco Rossi, Venditti e il re, Simon Le Bon



Nicolas BATUM - Robespierre (Offlaga Disco Pax)


La maestra mi chiese di Massimiliano Robespierre, le risposi che i Giacobini avevano ragione e che Terrore o no, la Rivoluzione Francese era stata una cosa giusta. 
Ma ci pensate che ridendo e scherzando, Nic Batum è in NBA dal 2008 e siamo già oltre le 700 partite. Ci pensate che questo gioca nella stessa nazionale che ha sfornato Tony Parker, Boris Diaw, Rudy Gobert, Evan Fournier e Nando De Colo e nessuno lo scalza, nessuno parla di lui, ma questo zitto zitto è stato nel quintetto ideale del mondiale 2014. Ci pensate che questo, a quelli che dicevano che la Francia non ha vinto il mondiale di calcio, l'ha vinto l'Africa, ha risposto con un diplomaticissimo "andate a farvi fottere"? 
La maestra non ritenne di fare altre domande.



Ty LAWSON - Vivere di conseguenza (Verdena)


Su, sveglia! Ci vuole un gin, altro sarai se capiti qui. Più di un mostro e non ciò che vuoi, vivi e non basta.  
Ty è uno di noi più di quanto noi stessi siamo disposti ad ammettere. Con il suo fisico non certo mostruoso, con la sua tendenza a buttar via il proprio talento, con le sue debolezze, con i suoi indimenticabili momenti di gloria, con le sue cadute con la faccia nella polvere. Ty ogni tanto gioca in NBA, ogni tanto in Cina. Ty a volte fatica a restare a galla, come tutti noi comuni mortali. 
Credimi non è così che ti voglio. Che ci rimane? Eh si che mi rincresce.



Allen IVERSON - La stagione (Zen Circus)


Ragazzi quanta vergogna e che talento nel fare del male, sbagliare tutto quanto poi tornare indietro e rifarlo esattamente uguale, che se scompaiono gli errori scompare anche la tua persona, fatta di luce nella nebbia che non vedi più nulla ma che bagliore!
Allen Iverson è il giocatore di fronte al quale i What If? perdono di significato, è il giocatore che ha fatto più errori e al tempo stesso ha saputo esprimere davvero il suo talento, il suo fuoco dentro, la sua essenza, senza mai fare un passo indietro, restando vero e vivo e autentico e inimitabile. Allen Iverson che vince l'MVP della NBA è stata la più compiuta metafora della vita che il basket potrà mai regalarci. Non ha vinto un titolo NBA, non ha vinto neanche un oro olimpico, eppure ha saputo emozionarci come forse davvero nessuno mai. Come una bella canzone che ancora non conoscevamo e di cui non potremo mai più fare a meno.
Abbiamo voce roca, fronte bassa e selvaggia, un identico cielo un solo mare e nessunissima medaglia.  Chi vi credete che noi siamo per le ferite che portiamo, la differenza sta tutta tra il mondo che subiamo e quello che immaginiamo... Noi siamo quelli vivi è la nostra stagione che cosa ci vuoi fare è la stagione del dolore. Finché ci trema il cuore, finché la testa vuole, potremo finalmente urlare il nostro vero nome!



Sergio RODRÍGUEZ GÓMEZ – Sergio (Baustelle)


E il mondo guarda e io non so guardare il mondo e prenderlo, se sono triste non lo so, vivo.

Il Chacho Rodriguez è la dimostrazione lampante che non tutte le cose belle succedono nella NBA.  Nella Lega col logo di Jerry West, Sergio ci arriva infatti nel 2006, a vent’anni esatti, fresco di titolo mondiale, ma gioca poco e viene sballottato, da nordovest a sudovest e poi a est, così decide di tornare in Europa e si spara sei stagioni al Real Madrid, scrivete tre titoli di Liga ACB e un’Eurolega.  Torna negli USA, un anno ai Sixers, ma niente, non scocca la scintilla. Così si torna ancora in Europa, al CSKA. Con la nazionale spagnola ha vinto due medaglie olimpiche, un mondiale, un europeo più altri tre podi sempre nella rassegna continentale. In Spagna è amato come pochi altri, all’estero è rispettato da tutti, molto più di quello della canzone dei Baustelle, sicuramente.



Gianluca BASILE – Maddalena e Madonna (Brunori Sas)


valigie e borsoni e dai finestrini lo sguardo d'amore più triste che c'è. Gente del sud stipata sui treni, sorrisi e canzoni e la voglia di andare ancora…
Gianluca Basile è lo studente fuori sede per antonomasia del mondo del basket. E come uno studente fuori sede valido, ha lasciato tutto, ha lasciato la Puglia per inseguire un sogno, un amore, una realizzazione possibile ma niente affatto scontata.  Lo sapete quanto può essere lunga la strada che da Ruvo di Puglia ti porta a vincere un campionato europeo di basket, un argento olimpico, due scudetti, due Liga ACB, un’Eurolega?  Probabilmente lo sa solo Gianluca Basile, che a Reggio Emilia arrivò da studente e partì da giocatore fatto e finito, per entrare poi nell’olimpo del basket bolognese, italiano, europeo, partendo da quel Sud dell’Italia dove a volte tutto sembra precluso e al tempo stesso nessuno può impedirti di credere nei tuoi sogni, inseguire i tuoi grandi amori, magari in un treno che arriva al binario tre.
Maddalena e Madonna ogni tanto ritorna la mia voglia di averti ancora e c'era l'amore, che cambiava il colore del cielo il sapore del vino l'odore dell'aria al mattino era solo per te


venerdì, febbraio 01, 2019

Alonzo Mourning: never ever give up

(Scritto a quattro mani con Davide Piasentini, pubblicato originariamente sul gruppo Facebook di Overtime - Storie a Spicchi)


20 giugno 2006. 
American Airlines Center, Dallas, Texas. 
Gara 6 delle finali NBA.

   Miami, dopo essere stata a un passo dal baratro, si presenta avanti 3-2 nella serie, grazie alle prestazioni di uno stratosferico Dwyane Wade, che più di ogni altro ha incarnato il concetto del “refuse to lose”. Lo ha fatto in gara 3 quando Dallas era avanti di 18 punti a metà del terzo quarto. Lo ha fatto in gara 5, segnando il canestro del pareggio a 2”8 dalla fine dei regolamentari e i liberi della vittoria a 1”9 dalla fine dell’overtime. Ma il basket è uno sport di squadra, e seppure Flash sia indubitabilmente “in the zone”, ha bisogno dell’aiuto di tutti. Non per niente in rotazione gli Heat di Pat Riley hanno tanti veterani. Gente come Shaq, come Antoine Walker, come Gary Payton, come James Posey. Ma c’è soprattutto una persona che vuole quel titolo più di ogni altra cosa. Quella persona è Alonzo Harding Mourning Jr. ‘Zo ha 36 anni, ha saltato tutta la stagione 2002-2003 per subire un trapianto renale, dopo aver disputato otto stagioni da centro assolutamente dominante: dal 1992 al 2000, Alonzo tirava col 52.6% dal campo, col 71,2% dalla lunetta e metteva insieme 21 punti, 10 rimbalzi e oltre 3 stoppate a partita. Sa che questa potrebbe essere la sua ultima occasione per vincere l’anello di campione NBA, e lo vuole soprattutto perché l’anello non è per lui solo un traguardo sportivo, ma è la fine di un cammino, lungo e doloroso, simbolicamente la chiusura di un cerchio. Alonzo in quella squadra è il cambio di Shaquille O’Neal, che di titoli ne ha già vinti tre ma vorrebbe vincerne almeno uno senza quello col 24 che ha lasciato a Los Angeles. Ma è ‘Zo quello ad avere più di ogni altro il fuoco dentro. Del resto è sempre stato un giocatore così, dinamico, grintoso, pieno di energia. Figuriamoci nella partita più importante della sua vita. 

   Primo quarto, 1:45 dalla fine, Dallas è a +10, Josh Howard può allungare ancora. Block by Mourning. Terzo quarto, 3:19 da giocare, adesso è Miami ad essere avanti di 7. Erick Dampier per riportare i Mavs a -5. Block by Mourning. Possesso successivo, Jason Terry ancora per il -5. Block by Mourning. Quarto quarto, ancora 8:55 separano ‘Zo e gli Heat dal loro primo titolo. Miami a + 5, Terry si butta dentro. Block by Mourning. 7:22 da giocare, Josh Howard per il pareggio a quota 79. Block by Mourning. In soli 14 minuti sul parquet, il 33 in rossonero mette insieme otto punti con 3-4 dal campo e 2-3 dalla lunetta, 6 rimbalzi e queste cinque stoppate. Lo riscriviamo in maiuscolo così si capisce meglio: CINQUE STOPPATE IN QUATTORDICI MINUTI. Energia pura, determinazione, concentrazione, motivazione, cattiveria agonistica, voglia di vincere. Refuse to lose. Protect the rim. Molto più che semplici slogan preconfezionati, in quella notte del 20 giugno 2006 a Dallas, Texas.

   Rifiutarsi di perdere. Un concetto che nella vita di ‘Zo ha avuto più di un significato, non necessariamente legato al basket ma comunicato anche attraverso di esso. La glomerulosclerosi segmentaria e focale, la malattia ai reni che gli viene diagnosticata nel 2000, ha rappresentato per anni il più ostico avversario per il nativo di Chesapeake, Virginia. Una malattia dalla quale non si guarisce mai e che, talvolta, riesce persino ad avere la meglio. All’epoca della diagnosi, Mourning non smise mai un singolo giorno di pensare positivo. Accettò la situazione, prendendo tutto come l’ennesima grande sfida della sua carriera. Il ritiro dal basket, da lui definito il momento più buio della sua carriera, fu solamente temporaneo. Infatti, subito dopo il trapianto (Dicembre 2003), il pensiero fu immediatamente quello di tornare sul parquet. La sua filosofia di vita è sempre stata la stessa. Per Alonzo non esiste rimbalzo che non possa essere catturato o tiro che non possa essere stoppato. Si tratta di difendere la propria vita. Proteggere il ferro e non permettere a nessuno di segnarne due facili. Ancora una volta, basket e vita s’intrecciano in maniera indissolubile.

   Quando penso a ‘Zo, lo immagino a battagliare con l’amico Pat Ewing in una di quelle meravigliose serie di Playoffs tra New York Knicks e Miami Heat. I due si conoscono da quando Mourning era uno dei più forti giocatori universitari di Georgetown e Big Pat era già una superstar dei Knicks, nonché membro dell’Original Dream Team, quella squadra che fece innamorare il mondo intero a Barcellona nel 1992 e di cui Alonzo Mourning non fece parte per un soffio. Non si risparmiavano mai, sempre a sgomitare e a lottare per ogni rimbalzo, facendo un passo incontro al dolore e alla fatica. Mai, invece, uno indietro. Un atteggiamento nei confronti dello sport e della vita che ho sempre ammirato in entrambi.

   Rifiutarsi di perdere. Immolarsi sempre davanti alle difficoltà, anche se il risultato è certo, anche se la speranza sembra non esserci più e tutti ti danno per sconfitto. Sangue e sudore diventano la stessa cosa, versati generosamente sull’altare della grandezza.

   Giocando così, Alonzo ha vinto l’anello ed è diventato Hall of Famer.
Vivendo in questo modo, combatte tuttora la sua malattia.
Cercando sempre di fare la differenza, senza dimenticarsi che ogni giorno vale la pena di essere vissuto e che non bisogna mai dare per scontato il risultato. Sotto i tabelloni, sotto i ferri.

Refuse to lose. Protect the rim.
Never, ever give up.

martedì, gennaio 29, 2019

Sotto il cielo di Rucker Park

Copertina e quarta di copertina del libro. Dalla pagina Facebook dell'autore.


Lo ammetto, quando per la prima volta mi sono imbattuto in un post di Davide Piasentini su internet ho rosicato, un po'. Ma in senso buono, sia chiaro. Ho rosicato perché Davide è bravo, ma bravo davvero, e come sempre capita quando ti imbatti in uno bravo, pensi: "cavolo, perché io non sono così bravo?". Per fortuna però, visto che ormai ho un'età, ho imparato a relativizzare e a pensare due cose, la prima è che c'è sempre da imparare, la seconda è che alla fine mi godo i suoi pezzi di basket e non devo nemmeno pagare per farlo e la terza è che ha dei gran gusti musicali - ma su questi ci torniamo in un prossimo post- per cui anche se avevo detto due cose e poi ne ho scritte tre, insomma, tanta stima e fidatevi di me, una volta tanto. Tutto questo preambolo è per dire che alla fine, leggi un post, ne leggi due, ne leggi tre, va a finire che ti prendi anche il libro di Davide Piasentini, "Sotto il cielo di Rucker Park". Cioè, io mi sono preso anche "Ten - storie di grunge basketball", ma di questo vi parlerò una prossima volta, atteniamoci al piano, al titolo del post.


Sotto il cielo di Rucker Park, dicevo. Prima di cominciare, qui c'è il link per prendervelo:  https://www.ibs.it/sotto-cielo-di-rucker-park-libro-davide-piasentini/e/9788827847817 


La prima cosa che mi sento di dirvi è che se non sapete cosa sia Rucker Park, è molto probabile che siate capitati in questo blog per caso, magari cercando "partito comunista giapponese" o che so io. Va beh, cercatelo su google, io un po' mi vergogno anche a dirvelo.

La seconda cosa è che ok, Davide un minimo ha barato: non tutte le storie contenute in questo libro sono "ambientate" al Rucker Park. Alcune sì, tipo i viaggi in questo luogo leggendario fatti da Kobe Bryant e Kevin Durant. Ma non tutte. Però, e qui è il trucco, è come se lo fossero, non so spiegarvelo meglio di così. Si respira, cioè, in tutte le storie che compongono il libro, un amore viscerale per il basket, che è un po' come quello che permea l'asfalto dei playground americani, non solo del Rucker Park. E Davide - qui sta forse il suo talento maggiore, almeno a mio modo di vedere - è bravissimo nel contestualizzare l'amore per il basket. Nello spiegare come si possa arrivarci per vie diverse e tutte ugualmente appassionanti. Ecco, se dovessi sintetizzare in una frase questo libro, quello che direi è che "Sotto il cielo di Rucker Park" è un libro che ti tira dentro la passione dell'autore, e che tirandoti dentro, ti fa capire perché lui si è così tanto appassionato alle vite di questi giocatori. Alcuni dei protagonisti di questo libro - lo ammetto - li amavo anch'io già da prima, quindi questo processo di bias cognitivo, se così mi permettete di chiamarlo, era in un certo senso facilitato. Ma anche quelli che non conoscevo così a fondo, o che magari stimavo meno, sono giocatori che hanno un tratto in comune, ed è avere una grande anima. Per cui magari anche se non riesci proprio ad amarli li rispetti. 

E quindi, che altro c'è da aggiungere, se non che vale la pena di leggervi questo libro? Se siete arrivati fino a qui e non vi ho ancora convinti, è solo perché non sono bravo come Davide Piasentini, ma lui lo è, oh, sì che lo è.

domenica, gennaio 06, 2019

Parole, oggetti, eventi e altri argomenti che potrebbero fermare i Golden State Warriors


(Pubblicato originariamente su Crampi Sportivi, con foto, gif e contenuti multimediali vari)

(Immagine tratta da G.S. Warriors Memes, https://twitter.com/gswmemes )

Il punto abbastanza assodato da cui partire per una qualsivoglia riflessione sul basket NBA di oggi è che i Golden State Warriors al completo, in una serie al meglio delle sette partite, sono imbattibili. Anzi, come si legge da più parti, ingiocabili.  Hanno settato tutta una serie di nuovi standard che sono al di sopra persino alla NBA stessa:  ti obbligano a difendere il tiro dai 10 metri – ma hanno contemporaneamente il miglior ball handler della Lega.  Hanno il miglior tiratore in uscita dai blocchi.  Hanno il miglior attaccante puro della NBA.  Difendono.  Passano la palla da dio.  È difficile, in un campionato dove una squadra su due gioca a 110 punti a partita e dove due squadre su tre tirano da tre almeno 29 volte a gara, tenere testa ai Warriors, che tirano quasi il 50% dal campo, il 38.5% da tre e sono primi per assist a partita.  I Warriors 2018-2019 non sono una squadra, piuttosto una categoria dello spirito, qualsiasi cosa ciò voglia dire.   E allora, come si fermano questi guerrieri?

Parole.

Lockout.  Non c’è mai stato uno sciopero in NBA a stagione iniziata.  Fino ad oggi.  Ma magari se ci fosse uno sciopero potrebbero non disputare i playoff.  E quindi la loro imbattibilità in una serie al meglio delle sette potrebbe andare a farsi benedire.

Breakout.  Le acque nella San Francisco Bay sono un po’ agitate.  La lite tra Draymond Green e Kevin Durant ha in un certo senso fatto saltare il coperchio di una pentola già un po’ in ebollizione.  Certo, l’errore più grande che potrebbero fare gli avversari è quello di pensare che i Warriors siano allo sbando per questo motivo.  Sono tutti professionisti, e a maggior ragione cercheranno di portare a casa il Three-peat, se questo dovesse essere l’ultimo ballo.

Three-peat. Appunto.  Su quest’ultimo scoglio si sono infrante molte ambizioni, legittime, dei superteam degli scorsi anni, dai San Antonio Spurs di Duncan & co, ai Lakers di Bryant e Gasol, ai Miami Heat di LeBron, Wade, Bosh. È lo scalino che ti consegna all’immortalità cestistica, quello più ripido di tutti. Quello ancora da salire, per Curry e soci.

Oggetti.

Monetine.  Una volta il Milan aveva un portiere fortissimo, brasiliano.  Qualcuno giura che dopo aver preso una monetina in testa dopo una partita non sia più stato lui.  Qualcun altro invece pensa che fosse un po’  sopravvalutato da prima. Insomma, hai visto mai.

Paradenti.  E se la NBA vietasse l’uso dei paradenti? Avete presente Linus quando gli tolgono la coperta?

Meteoriti.  Eh oh, a mali estremi, estremi rimedi…

Eventi.

Trade.  Se invece non fosse possibile far convivere i professionisti di cui sopra, si renderebbe necessario scambiare uno dei due litiganti, se non entrambi.  Ma nei meccanismi perfetti, si sa, non bisogna mettere granellini di sabbia.  Esistono altri giocatori altrettanto funzionali al sistema di coach Kerr? Forse sì. Qualcuno sarebbe disponibile a scambiarli? Probabilmente no.

Rientri.  DeMarcus Cousins che rispetto alla macchina perfetta di cui sopra ha un punto in più e uno in meno.  Uno dei centri puri con più punti nelle mani della NBA.  Anzi, togliete “uno dei” e mettete “il”, visto che Anthony Davis non vale come centro.  Rimbalzista di livello.  Difensore scabroso.  Ci starà a inserirsi in un sistema di gioco che sarà tutto tranne che incentrato su di lui?

Paradossi spazio-temporali.  Se fossimo in un fumetto Marvel, un clone di Michael Jordan proveniente dal 1993 calerebbe su Houston, direbbe che c’è un nuovo sceriffo in città, indosserebbe la 23 dei Rockets, prenderebbe a calci in culo James Harden e Chris Paul e gli direbbe che lui è lì per vincere un titolo e che nessun’altra opzione è contemplata. Già. Se fossimo in un fumetto Marvel.

Altri argomenti.

Avversari.  Quest’anno c’è una squadra che sembra poter tenere il passo dei Warriors. Sembra.  I Toronto Raptors difensivamente fanno paura, possono cambiare con grande disinvoltura su tutti i giocatori del pianeta Terra, hanno acquisito uno che è già stato MVP delle finali NBA.  I Milwaukee Bucks tirano giù 50 rimbalzi a partita e sono secondi (di poco) a Golden State negli assist. Se solo riuscissimo a liberarci di quella spiacevole sensazione che i Warriors non giochino praticamente mai al 100% delle loro possibilità, potremmo quasi crederci.

Infortuni.  Golden State si è fatta persuasa che stabilire record su record in stagione regolare porti anche un po’ sfiga, oltre ad aver sperimentato sulla propria pelle che in NBA esistono tre livelli di gioco della pallacanestro, e questi tre livelli sono, in ordine cronologico e di difficoltà crescente: regular season, playoff, NBA finals.  Quindi tende a preservare le sue stelle per quando conterà davvero, e infatti ha già perso 9 partite, tante quante ne perse in tutta la RS 2015-2016, quando poi il titolo andò altrove.  Con la media attuale, potrebbero perdere anche 30 partite.  Ma poi potrebbero utilizzare un po’ più Steph Curry (già 11 partite saltate nelle prime 25 per lui), Draymond Green (12 DNP su 25), DeMarcus Cousins (che deve ancora giocare la sua prima gara in maglia gialloblù).

Boh.  Avete presente quegli scenari che fino a un attimo prima ti sembrano distopici, e poi invece sono veri? Tipo Cristiano Ronaldo che passa alla Juve, per dire, una cosa così.  Ecco, non ci viene in mente nient’altro, per cui, se volete aggiungere qualcosa voi, facciamo spazio sul divano, versiamo da bere e vi stiamo ad ascoltare.

venerdì, dicembre 21, 2018

Il giorno che successe The Dunk

(pubblicato originariamente sul gruppo Facebook di Overtime - Storie a spicchi e in versione ridotta sul profilo Instagram di Overtime)




Il giorno che successe, io avevo 13 anni, 9 mesi e 15 giorni, e John aveva 27 anni, 9 mesi e 15 giorni.  Io e John avevamo, abbiamo in comune la data del compleanno e la passione per il basket, altro non saprei.  John è alto 1.90, cioè 14 cm più di me, e ha appunto 14 anni esatti più di me.  Vestiva la maglia numero 3 ed ha militato ininterrottamente dal 1990 al 1998 nei New York Knicks, per i quali è stato secondo quintetto difensivo All-NBA nel 1993, ha disputato l’All-Star Game nel 1994 ed è stato il Sesto uomo dell’anno nel 1997, mica male per uno che a 22 anni dubitava ancora fortemente di poter diventare un giocatore di basket professionista, o almeno un professionista nella NBA.  Undrafted, una stagione ai Warriors, la CBA, l’occasione ai Knicks dove finì per giocare quasi 700 partite tra regular season e playoff, il resto è storia.  Il giorno che successe, Jordan era già His Airness, aveva vinto due campionati NBA e due ori olimpici, ma in quel momento lì anche lui non poté fare niente.  Il giorno che successe, John, che per comodità potremmo chiamare Ninja, non tirò fuori una prestazione strepitosa dal punto di vista offensivo: 12 punti, di cui questi due di cui stiamo parlando, coi Knicks avanti di 3 e 50 secondi dalla fine. Era una finale di conference e di là c’erano i Chicago Bulls di Jordan e Pippen.  Forse la realtà è che per vincere, a volte, serve un po’ di incoscienza:  nessuno di quelli in campo probabilmente avrebbe mai pensato che quel ragazzo dell’Oklahoma, in quel momento della partita e della stagione, sarebbe andato fino al ferro, con quella grinta e quella determinazione.  E invece.
E invece The Dunk è un manifesto all’incoscienza, all’osare, ma anche alla concentrazione e alla trance agonistica.  C’è una cosa che mi ha sempre impressionato di quell'azione, ed è il fatto che John Starks non ebbe un’esultanza smodata, tutt’altro.  Si limitò a voltarsi, tornare di corsa in difesa ed indicare rapidamente Pat Ewing per il blocco portato su B.J. Armstrong.  Come se non avesse contezza di quanto aveva fatto, o come se non fosse ancora venuto il momento per esultare.  Niente pugni che si battono il petto, niente gesti in stile raise the roof, niente urla belluine.  Due punti come tanti altri, forse appena appena più importanti, nell'economia di una partita, di una stagione, di una carriera costruita lottando centimetro dopo centimetro, pallone dopo pallone, spremendo ogni goccia di sudore per quella maglia numero 3 dei Knicks di cui oggi è classificato come il dodicesimo giocatore più forte di tutti i tempi.  Ma nella graduatoria dei più amati dai tifosi, facciamo che si scala anche qualche posizione verso l’alto.  
Sono passati 25 anni da quella notte di fine maggio.  
San Lorenzo, io lo so perché tanto  
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade,  perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.  
John Starks sicuramente non aveva studiato Giovanni Pascoli ma altrettanto sicuramente aveva dentro un fuoco inestinguibile, dovuto anche ad un’infanzia vissuta senza padre, un po' come quella del noto poeta romagnolo.  Per quel breve istante di gara-2 delle finali dei playoff, mentre i Pearl Jam stavano registrando il loro secondo album in studio, “Vs.”, John Starks era già “a human being that was given to fly”.  Ci saranno, ci sono già state, schiacciate più spettacolari.  Ma la sua sarà per sempre “The Dunk”.


domenica, dicembre 02, 2018

Cosa resterà della magia

(Articolo realizzato a gennaio 2018 per Crampi Sportivi. Yes, we're coming back)


Premessa doverosa: se pensate che Andrea Bargnani non sia  - o sia stato  -  un giocatore con una tremenda combinazione di fisico e talento, io con voi non ci voglio neanche parlare, come direbbe l’Avvocato. Anzi, mi sa che potete anche non proseguire nella lettura di questo pezzo.

Se dobbiamo rendere giustizia al Mago, in effetti, sarebbe il caso di scomodare Samuel Beckett per scriverne la biografia, ne convengo… ma sul talento, dai, di che stiamo parlando? Questo è uno che finché è stato bene fisicamente ha messo insieme cifre di tutto rispetto: non sfuggirà neanche ai meno attenti che è stato proprio Andrea, fino ad oggi, ad aver disputato un’intera stagione sopra i 20 PPG, anzi, 21.4 a partita nel 2010–11. Ma più in generale, voi quanti giocatori avete visto alti sette piedi (o 2,13 se preferite)  -  a parte Nowitzki che non fa testo  -  tirare i liberi con più dell’80% e con quella partenza in palleggio?

Uno dei tanti problemi di Bargnani è stato che a un certo punto si è pensato che uno così alto dovesse diventare un centro  -  tortura che a WunderDirk è stata risparmiata, per fortuna sua e nostra  -  e che pertanto andasse fatto giocare più vicino a canestro e irrobustito, magari cercando così di sistemare la voce “rimbalzi” che per l’altezza di Andrea è stata sempre abbastanza bassa, a onor del vero.

Ma il problema principale di Bargs, probabilmente, è stato quello di non essere mai stato un lottatore sotto le plance, cosa che ha sempre fatto di lui un ibrido abbastanza incompiuto. Per il gioco spalle a canestro, mai sviluppato veramente. Per le stoppate che non arrivavano con continuità (dato questo piuttosto anomalo, per chi si ricorda di Bargnani alla Benetton Treviso).

Per i rimbalzi, di cui abbiamo già accennato, con una media in carriera più da guardia tiratrice che da lungo. E più in generale, data anche l’assenza pressoché totale di mimica facciale, per un’attitudine in campo che molte, troppe volte è stata scambiata per svagata, sia in NBA che in maglia azzurra. Certo, Bargnani non ha mai fatto troppo per farsi benvolere: personaggio incredibilmente a-social, almeno finché è stato giocatore (ma recentemente ha fatto passi da gigante in questo ambito, vedere per credere il suo profilo Instagram).


Sulla sua carriera indubbiamente ha pesato tantissimo  - in modo negativo -  l’essere stato chiamato alla numero 1 del Draft 2006. Certo, c’era Aldridge, c’era Rondo, c’era Kyle Lowry, ma Bargnani comunque il suo in NBA lo ha quasi sempre fatto, fino a quando le ginocchia lo hanno assecondato. Il Bargnani della seconda parte di carriera, tra infortuni e irrobustimento, appariva la versione in slow motion di quanto avevamo visto prima, quando anche lo stesso Nowitzki ammetteva di avere difficoltà a marcarlo. Ma sarà mica colpa di Andrea?

Ecco, questo sì: Andrea Bargnani avrebbe dovuto lavorare di più a livello di cattiveria agonistica, di aggressività nel parquet, in un modo forse più evidente di quanto ha fatto nel corso della sua carriera. Anche se c’è da dire che alla fine… soft quanto volete, ma non si è fatto mettere i piedi in testa neanche da Kevin Garnett, uno che è stato tanto forte quanto antipatico con gli avversari.

Certo, Bargnani non è Nowitzki e il paragone  - a vederlo oggi che uno ha quarant’anni e viaggia verso quota 31000 punti segnati e l’altro fa il turista a Hong Kong -  fa abbastanza tenerezza. E sul giudizio, come sempre, pesa il confronto tra aspettative e risultati ottenuti, sia a livello individuale sia per risultati di squadra. Il Mago, insomma, è un po’ come quel compagno di classe che tutti abbiamo avuto e di cui i professori dicevano “è bravo, ma potrebbe fare molto di più”. E invece il presente ci dice che Andrea  - da poco compiuti i 32 anni e dopo una parentesi non esattamente esaltante in maglia Saski Baskonia -  non sta cercando una squadra e con ogni probabilità il suo palmarès da giocatore si limiterà allo scudetto 2006 con Treviso e alle due Coppe Italia delle due stagioni precedenti. Ai deludenti europei 2007, 2011 e 2015, con qualche sprazzo di classe pura, tipo i 36 punti contro la Lettonia ad Euro2011, così a memoria.

Alla sensazione che non riusciamo a scrollarci di dosso di non averlo mai visto al massimo delle sue potenzialità, se non a sprazzi.

Un eterno Godot che da primo della classe si è visto superare nel gradimento dei tifosi da Gallinari, da Belinelli e forse anche da Datome, pur avendo i mezzi per entrare -  come era stato fino al 2012  - nel dibattito sul miglior giocatore italiano di tutti i tempi. Magari in maniera un po’ frettolosa, ma certo non del tutto casuale: vogliamo ricordare che prima di lui in NBA avevamo visto i soli Esposito e Rusconi? E dire che a Toronto si lamentavano di Sam Mitchell, che gli dava troppo poco spazio in campo e che in due stagioni passò dal titolo di Coach of the year al finire esonerato per far spazio all’esordiente Jay Triano.

Il problema, in questa società liquida e di scarsa, scarsissima memoria, è che tendiamo a dimenticare quando uno sta cominciando a rispondere alle aspettative, perché è molto più facile e fa molto più rumore puntare il dito quando uno invece non riesce.

Insomma, anche se alla fine, di lui, resta un’impressione a metà tra Godot e il Grande Cocomero di Linus, per quel poco che abbiamo visto, Bargnani era forte, ma forte per davvero. Peccato non averlo potuto vedere più a lungo.

lunedì, settembre 24, 2018

Non c'è due senza tre

Rieccomi, sembra che io non stia scrivendo più niente di basket, e invece. Ancora una volta ho affidato a La Giornata Tipo i miei scritti sulla palla a spicchi, parlando di Dream Team 2, di mondiali che avrebbero dovuto svolgersi a Belgrado e invece finirono in Ontario, di ostracismi, di grunge, di profezie russe e di mille altre cose. Mi trovate qui:


Leggete, commentate, condividete, battete un colpo! 

domenica, luglio 29, 2018

Un pezzo pieno di Mellon Collie and the Infinite Sadness

Lo so che questo blog viene aggiornato fin troppo sporadicamente, LO SO. Peraltro non vi avevo neppure aggiornato dell'uscita del mio secondo pezzo per La Giornata Tipo. Lo trovate cliccando qui. Si parla di giocatori NBA che non hanno avuto la carriera che ci si sarebbe aspettati da loro, immaginando di farli giocare in un 5 vs 5 di breve durata. Scendono lacrimucce, leggendolo.  O almeno dovrebbero.  Diciamo che se non vi faccio neanche sospirare un attimo, a sfogliare quella carrellata di nomi, avete un bidone dell'immondizia al posto del cuore.

sabato, giugno 30, 2018

FantaNBA 2018 - la classifica finale

Si conclude la settima edizione di questo FantaNBA di Basket City, che incorona per la seconda volta consecutiva non uno ma DUE vincitori a pari merito. Di seguito i risultati del pronostico delle Finals e la classifica finale.

NBA FINALS 
Golden State Warriors - Cleveland Cavaliers 4-0 MVP: Kevin Durant

Classifica finals
Marco A. Munno 6+3
Ralf 2+2
Max 2+2
Stipe 2+2
Manq 2+2
Rob 2
Silvio 0
Sciain N.P.
Massimo N.P.
Alby N.P.
Simo N.P.
Carlo N.P.
Mauro N.P.
Pan N.P.

Classifica generale
Silvio 26
Stipe 26
Rob 18
Marco A. Munno 18
Ralf 17
Manq 17
Pan 16
Max 16
Sciain 14
Alby 10
Simo 9 
Mauro 8
Massimo 7
Carlo 7
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