lunedì, giugno 15, 2009

NBA Finals Game 5: Orlando Magic 86 - LA Lakers 99

La stagione NBA 2008-2009 è finita ieri notte. Dopo 105 partite, delle quali 81 vinte, i Los Angeles Lakers sono campioni per la quindicesima volta della loro storia (ma se proprio vogliamo essere pignoli, per la DECIMA volta da quando la franchigia si è spostata in California).
Riguardando indietro alla stagione appena trascorsa, salta agli occhi come questo titolo fosse nell'aria. Lo scorso anno, ci vollero i Boston Celtics più affamati di vittorie di sempre, per aver ragione della Banda Bryant in sei gare. In questa stagione, la loro supremazia nella Western Conference è stata, a conti fatti, nettissima (undici vittorie di vantaggio sulla seconda in Regular Season, 44-8 il record contro le squadre della Conference). Kobe Bryant, uno che ha già tre anelli alle dita, e quando ci sarà la cerimonia di premiazione di questa stagione si infilerà il quarto, ha dimostrato a tutti gli scettici che si sbagliavano nei suoi confronti. Un po' come fece Valentino Rossi quando passò alla Yamaha, per dimostrare a tutti che lui era il numero uno e non lo era perché aveva la moto migliore. Kobe inseguiva un obiettivo ben preciso dall'addio di Shaq O'Neal alla franchigia losangelina: far vedere a tutto il mondo che lui sarebbe stato in grado di brillare di luce propria, di non vivere una carriera "alla Scottie Pippen", di non essere solo e soltanto il miglior secondo violino possibile, ma di poter guidare dei Lakers costruiti attorno a lui alla vittoria. E in questi anni ci ha provato in tutti i modi. Fino a quando, con l'arrivo di Gasol, i pezzi del puzzle hanno cominciato ad andare al loro posto. Bryant è il giocatore offensivamente più completo e devastante della Lega dai tempi in cui il 23 in rossonero ha deciso di dedicarsi ad altro. Aveva solo bisogno di non avere tutta la pressione della difesa su di sé. Ed ecco arrivare un lungo in grado di portare in cascina un 20+10 quasi ogni sera (Pau Gasol). Ecco che il quintetto viene completato con un play d'esperienza (l'eterno Derek Fisher), un centro giovane e con ampi margini di miglioramento(Bynum) e un'ala in grado di portare tanta intensità sui due lati del campo (Ariza). Aggiungiamo un sesto uomo di lusso (Lamar Odom), un buon cambio per il play (Farmar), un paio di tiratori (Walton e Vujacic) e l'alchimia, se ci pensiamo un po', è perfetta. Non a caso il Mastro Alchimista è al suo decimo anello, con buona pace di Red Auerbach, da non molto tempo passato a miglior vita.
In tutto questo, gli Orlando Magic hanno potuto recitare poco più che il ruolo della comparsa. Troppo giovani, troppo inesperti, forse anche troppo contenti di essere arrivati fin lì, contro ogni pronostico, e di aver fatto meglio degli strabilianti Magic di Hardaway-Anderson-Scott-Grant-O'Neal. L'aver vinto una partita soltanto è forse un po' pochino per loro, considerando come si sono svolte le gare 2, 3 e 4. Ma non si diventa campioni NBA per caso, lo sappiamo tutti. E inoltre, a parziale discolpa dei ragazzi di Van Gundy, c'è anche il fatto di aver perso per strada Jameer Nelson, uno che era appena arrivato all'All-Star Game, smentendo sul suo conto tante persone, compreso l'estensore del presente pezzo. In gara-5, tra l'altro, si è replicato in parte il copione di gara-1: Lakers che sovrastano Orlando a rimbalzo (47-36 il conto per i gialloviola), e Orlando che perde una delle sue armi migliori per potersela giocare. Però partono benino lo stesso, i Magic, tenendo botta, andando avanti anche 19-10 con cinque minuti da giocare nel primo quarto, e 34-28 in apertura di secondo periodo. Ma Los Angeles non molla, non può mollare, e in meno di quattro minuti confeziona il sorpasso, sul 42-40 grazie alla tripla di Ariza. Il parziale che decide la stagione NBA è di 12-0 (o, se preferite, di 24-6), ed è proprio questo. I Lakers vanno in corsia di sorpasso, e senza voltarsi indietro arrivano al traguardo. Bryant ne mette 15 nel primo tempo e 15 nel secondo, conditi da 5 assist (quasi tutti nel parziale di cui sopra), 6 rimbalzi, e già che c'è anche 4 stoppate. Come non dargli il titolo di MVP delle Finals, ora che per l'ennesima volta ha relegato tutti, compagni ed avversari, al mero ruolo di comprimari?

sabato, giugno 13, 2009

NBA Finals Game 4: Orlando Magic 91 - LA Lakers 99 (OT)

Ecco, a questo punto possiamo affermarlo con convinzione. Questa serie delle Finals ha un padrone, e sono i Los Angeles Lakers. Andando a vincere gara-4 in Florida, i gialloviola si sono procurati 3 match-point, dei quali gli ultimi due casalinghi, che è obiettivamente la miglior situazione nella quale si sarebbero potuti trovare dopo quattro partite di finale, contro questi Magic. Che peraltro, in gara 4 hanno palesato nuovamente quei difetti di intensità e inesperienza dai quali per ovvi motivi non possono liberarsi da un giorno all'altro, per di più contro una squadra scafata come questi Lakers. Inesperienza, innanzitutto: sull'87-84 con 11 secondi da giocare alla fine del terzo quarto, Dwight Howard ha fatto 0-2 ai liberi, e nell'azione successiva i Magic non hanno fatto fallo per mandare qualcuno dei Lakers in lunetta, ma hanno permesso a Fisher di segnare la tripla del pareggio. Inoltre, stavolta è stato il francese Mickael Pietrus a sbagliare il tiro che avrebbe potuto dare la vittoria a Orlando e pareggiare la serie. Nell'overtime, poi, dopo la tripla di Rashard Lewis in apertura, i Magic hanno totalizzato UN punto in 4'34", e i Lakers si sono portati a casa la seconda partita che avrebbero potuto anche perdere in questa serie. Dopo gara-1, in effetti, regna un buon equilibrio, in questa serie, ma è un equilibrio che i losangelini girano quasi sempre a loro favore grazie alle giocate dei loro uomini migliori. Non è un caso, infatti, se Bryant (32 punti e 8 assist), dopo aver tirato maluccio nei tempi regolamentari (9-26) ha aggiustato la mira nell'overtime, segnando i primi due canestri dei Lakers, quelli che li hanno riportati avanti proprio dopo la tripla di Lewis. Non è un caso neanche che gli altri otto punti gialloviola vengano da Fisher e Gasol. Nelle finali NBA, si sa, a fare la differenza sono spesso le piccole cose. Come, e non è la prima volta, il rapporto tra recuperi e palle perse, impietoso per i Magic:  LA 8-7, Orlando 4-17. E queste piccole cose, spesso, vanificano il gran lavoro dei singoli. Come Dwight Howard, responsabile di 7 dei 17 turnover biancoblu, ma anche protagonista di una gara su livelli mostruosi, con 16 punti, 21 rimbalzi e 9 stoppate. O come Turkoglu, 25 punti con 8-13 dal campo, compresi i canestri che avevano illuso la Amway Arena portando i Magic sull'87-82 con un minuto e mezzo da giocare.  Sulla sponda Lakers, invece, oltre ai 32 di Kobe, ce ne sono 16 a testa di Ariza e Gasol (di cui, come detto, 5 nell'overtime, dove si è anche beccato un fallo antisportivo da Pietrus, che onestamente meriterebbe la squalifica per gara-5), 12 da Fisher, che dopo aver fatto 0-5 da tre nei primi 47 minuti e mezzo di gara, ha deciso di mettere la prima tripla della sua partita a meno di 5 secondi dalla sirena, e la seconda nei supplementari. I Lakers hanno poi tenuto botta a rimbalzo, nonostante Superman (39-41 il confronto sotto i tabelloni), grazie ai 10 di Gasol, ai 9 di Ariza, ai 7 di Bryant e ai 5 di Odom (per lui anche 9 punti), che hanno in qualche modo supplito all'inconsistenza di Baby Bynum in queste finali, in chiara difficoltà nel cercare anche solo di limitare Dwight Howard. Per Andrew, che ha sin qui 6 punti e 4 rimbalzi di media nelle Finals, solo 15 minuti in campo e 5 falli spesi. Ma i Lakers sono una squadra, e lo stanno dimostrando proprio contro i Magic, che hanno fatto del gioco di squadra la loro ragion d'essere, e soprattutto il motivo per cui sono arrivati alle finali. Nonostante non riescano a superare i gialloviola, ma onestamente non si può fargliene una colpa.

mercoledì, giugno 10, 2009

NBA Finals Game 3: Orlando Magic 108 - LA Lakers 104

Meglio di così non si poteva, chiaramente se siete tifosi degli Orlando Magic. Perché è successo che i Magic sono riusciti a fare bene praticamente tutto quello che nelle prime due partite non era riuscito loro: hanno tirato con percentuali alte dal campo (62.5%, che tra l'altro è un record per una finale NBA), hanno alternato efficacemente il gioco sotto canestro (Howard 21 e 14 rimbalzi, Turkoglu 18) a quello sugli esterni (20 punti con 8-12 dal campo per Skip to my Lou, al secolo Rafer Alston), hanno battuto i gialloviola sia a rimbalzo che nel rapporto recuperi-palle perse. Ora, se dopo tutto questo popò di roba, i Magic l'hanno spuntata solo nel finale, mettendo la partita in ghiacciaia praticamente a due decimi di secondo dalla sirena dell'ultimo quarto, ci sono almeno due cose che saltano all'occhio.
La prima è che anche i Lakers hanno fatto anche loro un partitone. Per la terza volta sopra i 100 punti in tre gare di finale,Bryant e Gasol efficacissimi in attacco, una buona prova anche da Odom, Fisher, Farmar e Ariza, che però deve smetterla di pensare di essere un tiratore da tre. La seconda, che è la logica conseguenza della prima, è che LA è una squadra tosta, tostissima, perché con qualche scelta più oculata offensivamente forse saremmo qui a parlare di serie ormai compromessa. In ogni caso, stavolta sono i Magic ad aver compiuto la missione, e ad aver ribaltato alcuni dettami fin qui emersi dalle due gare losangeline: ora sono i Lakers a dover registrare la difesa, a dover lottare di più a rimbalzo (se Gasol e Bynum ne totalizzano 7 in due anche nelle prossime uscite, non c'è speranza, caro coach Zen), e in entrambi i casi c'è un disperato bisogno di Baby Bynum, sin qui quasi ininfluente nella serie. C'è da aspettarsi un Kobe in versione "giorni migliori" in almeno una delle due gare che restano in Florida. Del resto, è proprio in Florida che è successo l'unico "semi-miracolo" delle NBA Finals in formato 2-3-2, ovvero vincere il titolo dopo aver perso le prime due gare, anche se non dei Magic stiamo parlando ma dei Miami Heat versione 2006, tutt'altra squadra a livello di esperienza nel roster, e - impressione personale di chi scrive - anche a livello di talento. Oggi come oggi, l'ago della bilancia pende talmente tanto a favore dei Lakers che solo loro possono perdere questo titolo. Ma in fondo, dopo le prime due gare, si diceva lo stesso dei Dallas Mavericks.

martedì, giugno 09, 2009

NBA Finals Game 2: LA Lakers 101 - Orlando Magic 96 (OT)

Stavolta, va detto, c'è mancato meno del previsto. Nel senso che Orlando, come detto in precedenza, non è stata la bruttura vista in buona parte di Gara-1, tutt'altro. Anzi, i Magic sono andati ad un alley-oop sbagliato da Courtney Lee dal ribaltare il fattore campo delle Finals. Opinabile e ancora inspiegata la decisione per cui l'ultimo tiro di una gara delle Finali debba essere affidato ad un rookie, che peraltro era stato in campo 11 minuti totali, e che - sia detto senza offesa - non è sembrato sin qui esattamente Magic Johnson. Soprattutto quando in campo hai un certo Hedo Turkoglu. Ma così è la vita, l'azione era congegnata bene, la palla non è entrata. Si è andati all'overtime, dove Pau Gasol ha messo 7 dei 13 punti totali dei Lakers, che hanno fatto valere ancora una volta la maggiore esperienza in situazioni del genere, contro Orlando che è riuscita a mettere la testa avanti solo all'inizio del supplementare, grazie al gioco da 3 punti di Superman, giusto prima di subire il 7-0 che ha chiuso il discorso del capitolo 2 delle Finals. E dire che stavolta Orlando aveva fatto del suo meglio, tirando quasi il 42 % dal campo, vincendo 44-35 la sfida a rimbalzo, trovando un Rashard Lewis in giornata di grazia (34, 11 rimbalzi, 7 assist, 6-12 da tre), coinvolgendo al meglio Dwight Howard (17 punti e 16 rimbalzi per lui, ma anche 7 palle perse) e Turkoglu (22 e 6 rimbalzi, anche lui però con 5 turnover). Però ancora una volta sono state le piccole cose, a fare la differenza. Come appunto le 20 palle perse dei Magic con solo 5 recuperi, contro il 12 e 12 dei gialloviola. Che hanno trovato un gran Kobe (ma non superlativo come in gara-1, per lui 29 punti, 8 assist e 7 palle perse) ma soprattutto un gran Pau Gasol, che al di là dei 7 punti del supplementare ha messo insieme una doppia doppia di gran livello (24 e 10, con 10-11 dalla lunetta), e un redivivo Lamar Odom (19 punti con 8-9 dal campo e 8 rimbalzi).
Ora la serie si sposta a Orlando. Coach Van Gundy non ha tantissimo tempo per registrare le cose che non vanno, a cominciare dalla difesa, che nelle prime due gare ha concesso un po' troppo a LA (100.5 punti di media con il 46% dal campo è un discorso pesante per delle gare di finale NBA), proseguendo con l'apporto delle guardie, in primis Alston e Nelson che in queste due gare non è che abbiano fatto proprio le onde. Orlando ha dei piccoli margini per fare un pochino meglio, LA sembra una macchina oliata alla perfezione. Se i Magic innalzano di un altro gradino il livello del proprio gioco, tutto può ancora succedere. Altrimenti il destino di questa serie pare scritto a chiare lettere.

venerdì, giugno 05, 2009

NBA Finals Game 1: LA Lakers 100 - Orlando Magic 75

Archiviata un'edizione dei playoff in cui quasi niente di quello che era scritto è sembrato avverarsi, soprattutto ad Est, ieri notte ha avuto inizio l'atto finale della stagione NBA, le Finals. Un po' come quando per Alex di Jack Frusciante arriva giugno: è il mese della resa dei conti, il mese dove le emozioni sono più forti, dove tutti i nodi vengono al pettine.
Di tutti i protagonisti annunciati, dai Celtics che cercavano il Back-to-back, a LeBron James che cercava la definitiva consacrazione, a Dwyane Wade che cercava di tornare al top con gli Heat, alla fine, l'unico che ha saputo restare al top è stato quel signore a cui ancora nessuno, anche per quest'anno, è riuscito a sfilare lo scettro di vero numero uno della Lega, al di là delle antipatie, al di là degli awards di giornalisti e sponsor: mr. Kobe Bryant. I Lakers sono in finale, da favoriti. Il che, se parametrato con le aspettative di inizio stagione, dove si partiva da una finale persa 4-2 contro La Rediviva Boston, significa "missione compiuta". In questa sede merita tuttavia un elogio grande così Chauncey Billups, che ha visto affondare al primo turno i suoi ex compagni di squadra in un 4-0 contro i Cavs mentre lui prendeva per mano i Denver Nuggets e li portava dove non arrivavano da tanto, tantissimo tempo, alle finali di Conference, dove lui invece è presente ininterrottamente dal 2003. Chapeau. Ma torniamo a noi.
Ora, per entrare un secondo nel "fatto agonistico", le cose da rilevare sono sostanzialmente queste: che il Black Mamba di cui sopra fosse in effetti immarcabile per i Magic, lo si poteva immaginare, e infatti il suo fatturato parla di 40 punti con 8 rimbalzi e altrettanti assist. Quello che magari era più difficile da immaginare a priori era che Orlando arrivasse alle Finals con le polveri bagnate, bagnatissime, nonostante il rientro di Jameer Nelson: tirando sotto il 30% dal campo si perde 4-0, contro questi Lakers qua. Peraltro, se in una squadra hai Dwight Howard e prendi 14 rimbalzi in meno dei tuoi avversari, beh, anche questo è un problema non di poco conto. In effetti, a coach Van Gundy giravano a velocità vorticosa, su quest'aspetto, tanto da evidenziarlo anche in conferenza stampa. Peraltro, i Magic che sono arrivati in finale meritatamente, giocando da squadra, hanno subito non solo il sopracitato Bryant (e va bè, direbbe uno), ma anche il "collettivo LA", con cinque giocatori tra i 9 e i 16 punti (Gasol, Odom, Fisher, Bynum e Walton). E dire che il primo quarto e l'inizio del secondo avevano illuso un po' tutti i tifosi dei Magic, con Orlando capace di chiudere i primi 12 minuti sul +2 ed arrivare al + 5 più volte in apertura di seconda frazione. Ed è stato lì che il sonnecchiante KB24 è salito in cattedra e ha sentito l'odore del sangue. Sul 33-28 Magic, con 8'32" da giocare, LA chiama time out. Kobe ha fino a quel momento 6 punti e 2 assist. I Lakers rientrano sul parquet e piazzano un 10-0 quasi tutto di marca Bryant (6 punti e un assist per Walton, oltre a due rimbalzi). I Magic non avrebbero più messo il naso avanti, mr. Black Mamba non si sarebbe più fermato.
Se ne riparla in gara-2, perché i Magic non potranno essere così brutti per tutta la serie e perché i Lakers non sono una squadra capace di grande costanza. Però, il primo sangue è del 24, con buona pace di chi non si arrende al fatto che sia lui il numero 1 del dopo-Jordan.

sabato, aprile 18, 2009

"At least it settles in the final location" (Western conference 2009)

Non è (e non poteva essere altrimenti) un caso se il titolo di questo primo pezzo è tratto da un pezzo dei Red Hot Chili Peppers. Se per caso negli ultimi vent'anni foste stati su Urano, vi informo che sono attualmente una delle rock band più famose al mondo, e che hanno scritto tra le altre una canzone intitolata "Magic Johnson", che è uno che vent'anni fa aveva appena finito di dire la sua, lasciando per un po' il palcoscenico ai Bad Boys di Detroit, prima che il Mastro di Cerimonia col 23 in rossonero (tra l'altro appena eletto nella Hall of Fame, e sai che sforzo a scrutinare le schede) si posizionasse davanti al leggìo, ma questa è un'altra storia. Il fatto è che stanotte cominciano i playoff, e nella Western Conference i favoriti d'obbligo sono ancora i gialloviola del Black Mamba. Dopo questa lunga e abbastanza inutile intro vi spiego il perché e il percome nel dettaglio, con inclusi i miei pronostici.
Lakers-Jazz: 4-2
Come l'anno scorso, visto che i valori in campo sono più o meno quelli. Nel senso che Utah ha sempre un Deron Williams di troppo, LA ha Bynum che non si sa se sta bene, se sta male, se ci sarà sempre o solo a part-time, ma nel complesso i gialloviola di Coach Zen sembrano un tantino troppo in palla per questi Jazz. Anche perché, alle brutte, hanno sempre l'opzione offensiva "diamola a quello con l'8... pardon, il 24, e stiamo a vedere che combina." Il tutto condito con la sconfitta alle Finals dello scorso giugno, cosa che - come diceva un vecchio pezzo hip hop italiano - se non ti sbrega, ti rende mega. E in effetti i Lakers potrebbero essere carichi come molle, e con un fianco scoperto in meno da offrire, dopo la partenza di Chavo... ari-pardon, Vlado Radmanovic.
Nuggets-Hornets: 3-4
Posey e Chandler sono stati stranamente sottotono un po' tutto l'anno, ma restano comunque i valori aggiunti che potrebbero permettere a NO di ribaltare il fattore campo. Però Denver è tosta, tanto tosta che - dato via Iverson per Billups - ha scalato la Western fino ad ottenere un'inaspettata seconda piazza che alzi la mano chi l'avrebbe mai detto il giorno della trade. Però questi sono i fatti, e a quelli bisogna arrendersi. Serie bellissima, molto aperta: gli Hornets quest'anno hanno vinto meno gare del previsto anche per qualche infortunio di troppo. Se stanno tutti bene, sono ancora un po' più forti dei Nuggets, che hanno trovato in Chris Andersen una delle più grandi sorprese stagionali
Spurs-Mavs: 4-3
Dallas non la vedo benone quest'anno (ma il perché per esteso vi verrà spiegato off-season, in un pezzo a parte), anche se alla fine hanno vinto 50 partite, arrivando davanti non ad una ma a tre squadre che per me gli erano superiori, ovvero Suns, Hornets e Jazz. San Antonio la vincerebbe in discesa se avesse Ginobili, che però fa da contraltare a Garnett e sarà out for season, precludendo con ogni probabilità al caraibico la scalata al suo quarto anello. Però per questa edizione dei Mavs possono bastare, sempre che non ne sottovalutino il talento, perché tra Terry, Kidd, Nowitzki e Josh Howard bisogna mettersi in testa che c'è poco da scherzare.
Blazers-Rockets: 4-3
Lo ribadisco anche quest'anno: Houston, QUESTA Houston targata Yao Ming, NON può vincere una serie playoff. Però può andarci vicina, perché non c'è T-Mac e perché i Blazers sono ancora tanto giovani. Ma Portland non ha niente da perdere, ha in Oden un giocatore in lentissima ma costante crescita, e in Brandon Roy una stella assoluta, che i Rockets faranno fatica a contenere. D'altra parte, anche Portland non ha un rimedio contro Scola, anche perché, se lo avesse, questa serie potremmo anche non disputarla. Occhio casomai a Ron Artest, che con la sua intensità sui due lati del campo, è l'unico che può spostare gli equilibri di questa serie.

No KG? No Party! (ovvero i playoffs '09 a Est)

Si parte con i playoffs ’09, diamo un’occhiata alla Eastern Conferance e proviamo a fare qualche pronostico…

Cleveland Cavaliers Vs. Detroit Pistons:

Dopo l’anno della consacrazione assoluta – con una regular season dominata ai 28p/7r/7a – LBJ si trova di fronte un avversario che si potrebbe rivelare più ostico di quello che dicono i numeri (assolutamente impietosi se paragonati a quelli delle ultime stagioni). In molti – tra quelli bravi…- dicono che il Prescelto abbia finalmente una squadra attorno a sé, la realtà - secondo me – è che si ritrova a giocare con gente che faticherebbe in un’Eurolega di prima fascia ma yournextMVP è oggettivamente di un altro mondo. Per Motown la trade Billups-Iverson è stata la seconda disgrazia più devastante dell’anno (catastrofica sì, ma mai quanto i dati dell’automotive industry), e questa serie di primo turno non parrebbe l’occasione migliore per tirar su l’umore della gente del Michigan…meglio sperare nel miracolo di Marchionne che in quello di ‘Sheed ora come ora…

Final Score: Cleveland Cavaliers 4-1


Boston Celtics Vs. Chicago Bulls:

La news che tutti gli amanti di questo giochino non volevano sentire è arrivata – anche se ancora sembra più un rumor – il “buon” Garnett sarebbe out for the season…allora, tentando di calmare l’euforia che si sprigiona dentro il corpo di questo vecchio tifoso giallo-viola (evvai con la sportività!), non stiamo parlando di “cotiche” perché senza il loro sciamano i campioni in carica rischiano con chiunque nei playoffs, Bulls compresi. Beh magari Allen & Pierce – insieme al fattore campo che a Boston conta sempre un po’ di più del normale – per abbattere i Tori, che vengono da una stagione molto deludente, potrebbero bastare ma non diamo niente di scontato, soprattutto per un eventuale second round.

Final Score: Boston Celtics 4-2


Orlando Magic Vs. Philadelphia ‘76ers:

Sembravano poter strappare il secondo posto nel ranking ai Celtics, questi Orlando Magic, ma un finale di regular season da suicidio di massa li mette di fronte ad una di quelle squadre che vorresti evitare sempre volentieri. Howard è l’unico vero centro rimasto in questa Lega ed il giocatore fisicamente più dominante da quando il titolo apparteneva di diritto a Shaq, rimane il dubbio che sia più un atleta superdotato che un giocatore di pallacanestro fatto e finito (O’Neal era un’altra cosa da questo punto di vista). Lewis e soprattutto Turkoglu (anche se viene da un infortunio) sono stati protagonisti di una stagione più che buona (per Hedo ben oltre le più rosee aspettative) e con il fattore campo non dovrebbero esserci grosse sorprese per l’esito di questa sfida ma Miller e Iguodala – con Young – non sono per niente un bel cliente in questo periodo.

Final Score: Orlando Magic 4-3


Atlanta Hawks Vs. Miami Heat:

Dopo la scorsa stagione che cosa ti può capitare di peggio, caro Dwyane? Che i Cavs finiscano la stagione con il primo record assoluto! La sindrome di Drexler (o di Wilkins, o di Ewing…) – quella di giocare nel "Jordan Kingdom" - continua a mietere le sue vittime…una stagione imbarazzante (in termini positivi) di Wade rischia di chiudersi con un pugno di mosche. Ovviamente non si parla di titolo qui, ma di premi individuali e gratificazioni varie: tipo passare almeno un turno di playoffs o vincere l’MVP della regular season che sarebbe a dir poco meritato (shame on you LBJ!). Venendo a questa serie Atlanta è una brutta bestia (chiedere ai bianco-verdi) ma se l’O’Neal di II° classe, Super Mario e il Beasley dell’ultimo scorcio di stagione fanno il loro dovere – considerando il Wade di cui sopra – scommetterei il mio dollaro sulla franchigia della Florida. Anche perché ci vuole un po’ di giustizia a questo mondo. Ci vuole.

Final Score: Miami Heat 4-2

giovedì, aprile 09, 2009

North Carolina - Michigan State 89-72

La forma breve del racconto della finale NCAA 2009 è condensabile nella frase che segue i due punti:  UNC impiega 9 minuti e 45 secondi esatti per scappare sul +20 (33-13) e Michigan State non la riprende più.

Ovviamente c'è anche dell'altro di cui parlare, per raccontare a dovere una finale dal pronostico che inizialmente tutti volevano più serrato, e che si è invece rivelato coincidente con quanto detto a inizio stagione, ovvero che quest'anno i Tar Heels erano un paio di piste avanti alla concorrenza.  A tutta la concorrenza. Tanto da stabilire anche qualche record NCAA che non sarà facilissimo da battere.  A cominciare dal primo: +21 a metà gara è il massimo dello scarto della storia delle finali collegiali.  Così come 55 punti sono il massimo segnato nei primi venti minuti dell'atto conclusivo della stagione.  Inoltre, Ty Lawson (vero MVP delle Final Four a detta di chi scrive) ha fissato il nuovo limite per i recuperi in questa partita, fermandosi a quota 8 (tutti nei primi 25 minuti, peraltro).  L'impostazione della gara da parte degli Spartans di Tom Izzo era, prevedibilmente, l'unica possibile:  Tyler Hansbrough è il no.1 public enemy, quindi va contenuto in tutti i modi, sperando che gli altri non esagerino e che i nostri siano in serata buona.  Piano riuscito (in parte) in un punto su tre, ovvero il contenimento dell'ala di UNC (alla fine, per lui, raddoppiato praticamente a ogni possesso, 18 punti e 7 rimbalzi).  Il guaio è che i Tar Heels di coach Williams non erano solo Hansbrough.  Così Wayne Ellington (alla fine nominato Most Outstanding Player delle Final Four) ne mette 17 (dei suoi 19 totali) nel primo tempo, Ed Davis è presente e reattivo (11 punti e 8 rimbalzi per lui), Ty Lawson capisce che il tiro va e viene e ne prende pochini (3-10 dal campo, ma anche 15-18 dalla lunetta per 21 punti totali, miglior realizzatore della serata) ma domina la partita in altro modo (oltre ai già citati 8 recuperi, per lui 6 assist, 4 rimbalzi e UNA sola palla persa in 37 minuti in cabina di regia).  Inoltre, gli Spartans non sono in modalità unstoppable, anzi. Raymar Morgan, dominatore di UConn in semifinale, è praticamente un fantasma (4 punti e 1 rimbalzo, 5 falli in 19 minuti);  Kalin Lucas, la stellina della squadra, segna la maggior parte dei suoi 14 punti quando la gara è ormai impossibile da ribaltare; Allen è irritante nel suo intestardirsi a sbagliare tiri da tre;  l'ultimo ad alzare bandiera bianca è la vera sorpresa degli Spartans di questo torneo NCAA 2009, Goran Suton.  Per lui 17 punti e 11 rimbalzi, con 7-10 dal campo e 3-4 da tre. Praticamente una specie di Mehmet Okur in maglia biancoverde. E scusate se è poco.

Miglior giocatore Wayne Ellington, dicevamo.  Premio singolare, se si pensa che nel secondo tempo della finale il numero 22 dei Tar Heels ha portato a casa un misero 0-3 dal campo con 2 punti totali, sparendo letteralmente dalla partita, mentre il compagno di reparto Ty Lawson saliva in cattedra. Se poi ne vogliamo fare un discorso anche meramente statistico, Lawson è stato il miglior marcatore della gara sia in semifinale sia in finale.  Ma si sa, questa UNC era una squadra con tre stelle, e un roster profondissimo: c'era, volendo, l'imbarazzo della scelta.  Una squadra già molto NBA ready che ha giocato la finale del torneo NCAA contro una buonissima squadra di college. Anche nel secondo tempo, quando UNC ha avuto una fase di calo, lo svantaggio degli Spartans non è mai sceso sotto le 13 lunghezze, nonostante la percentuale dal campo di UNC fosse scesa sensibilmente, rispetto al 53% del primo tempo (a fine gara sarà il 46%, contro il 40% di MS).  Come ha detto Travis Walton, guardia di Michigan State, tra i suoi avversari "c'erano sei potenziali scelte da primo giro, o da inizio secondo giro del draft. Probabilmente questi potrebbero battere anche qualche squadra NBA." E non può essere un caso se hanno vinto tutte le gare con almeno dodici punti di scarto, dal primo turno alla finale.  Roy Williams pareggia il conto con Dean Smith portando a casa il suo secondo titolo per North Carolina, quinto della storia Tar Heels, che li pone al terzo posto a pari merito con Indiana tra le squadre con più titoli NCAA vinti. Il cielo non è un limite, se il suo colore è il Carolina Blue.

lunedì, aprile 06, 2009

Final Four 2009 - le semifinali

Michigan State - Connecticut 82-73


UConn aveva la testa di serie numero 1, Michigan State la 2. Ma quando si arriva a questo punto, a volte, queste differenze, presunte o reali che siano, valgono poco o niente. Conta la determinazione, conta un po' anche la fortuna, conta l'abitudine a questi livelli, e conta, più di ogni altra cosa, la voglia. Soprattutto in una sfida come questa, dove oltre a due grandi squadre, c'erano di fronte due grandi coach, come Jim Calhoun (2 titoli NCAA) e Tom Izzo (5 Final Four, 1 titolo). Così gli Spartans di oggi, al cospetto dello Spartan più illustre di ieri (Earvin Magic Johnson), si portano a casa la gara grazie alla serata decisamente nera di AJ Price (5-20 dal campo per lui) e alla panchina inaspettatamente corta degli Huskies (solo Kemba Walker ha giocato 20 minuti, ma ha tirato 1-5 dal campo e 3-9 dalla lunetta, perdendo anche 4 palloni). Bene ma non benissimo tutti gli altri, da Stanley Robinson (15 punti e 13 rimbalzi, ma anche 5 palle perse) a Jeff Adrien (13 e 7 rimbalzi), ad Hasheem Thabeet (17 punti, ma solo 6 rimbalzi e 2 stoppate). Nonostante tutto, però, UConn è riuscita a stare in partita fino all'ultimo, rimontando fino al -4 con un minuto e mezzo da giocare. Ma Michigan State, appunto, aveva quel qualcosa in più che gli ha permesso di fare l'allungo decisivo. Grazie soprattutto a Kalin Lucas, vera anima di questa squadra con 21 punti e 5 assist, ad un Raymar Morgan in grande spolvero (18 punti, 9 rimbalzi, 5 recuperi) e all'incredibile contributo dato dal freshman Korie Lucious, autore di 11 punti in soli 9 minuti sul parquet! Il bilancio delle panchine ha fatto la differenza, insomma: 33 punti e 14 rimbalzi per gli Spartans contro i 13 punti e 6 rimbalzi degli Huskies. Davanti a 72456 spettatori in gran parte tifosi Spartans (Detroit è in Michigan, vale la pena ricordarlo), va in finale la squadra di casa. Tom Izzo ci riprova, insomma, ma per la finale ci sarà bisogno anche di Goran Suton, che ha sofferto molto Thabeet. E UNC non è seconda a nessuno in quanto a lunghezza della panchina.


North Carolina - Villanova 83-69


I Tar Heels hanno affrontato - e vinto bene - una partita dalle mille insidie. In primo luogo perché è dall'inizio dell'anno che tutti vanno ripetendo che sono la squadra più forte e più completa del college basket, e a un roster di ventenni questa è una cosa che non può non mettere pressione; in secondo luogo perché Villanova arrivava a Detroit in forma smagliante, con un percorso fatto di vittime illustri e neanche troppo da perdere, tutto sommato; infine, perché era chiaro che i Wildcats erano l'unica cosa che somigliasse vagamente ad una Cinderella, e quindi tutto il tifo dei non-Tar Heels sarebbe stato tutto per loro. E invece North Carolina ha vinto questa partita, l'ha condotta con autorità e portata in porto nel migliore dei modi. Avanti di nove già alla fine del primo tempo (ma erano stati anche a +17 sul 40-23), i Tar Heels hanno difeso alla grande, tenendo Villanova al di sotto del 33% dal campo, e chiudendo sul +14 con la possibilità di far respirare i titolari per qualche minuto. Se proprio vogliamo trovare un paio di nei a questa partita di UNC, infatti, dobbiamo appellarci alla scarsa produttività offensiva delle riserve (5 punti totali, tutti di Ed Davis), ben compensata però da una certa solidità difensiva (12 rimbalzi); ma ancor di più ai tanti tiri liberi sbagliati (15 su 37 totali, meno del 60% dalla lunetta), soprattutto da un Ty Lawson al quale, sinceramente, non c'è proprio altro da imputare, visto che a referto ha messo 22 punti, 7 rimbalzi e 8 assist. Ai quali c'è da aggiungere l'ordinario fatturato di Tyler Hansbrough, 18 punti, 11 rimbalzi e 4 recuperi, e la gran prova di Wayne Ellington (20 punti con 5-7 da tre e 9 rimbalzi). Per Villanova, che il prossimo anno dovrà reinventare il quintetto, composto da tre senior e due junior, Scottie Reynolds, l'uomo del canestro vincente contro Pittsburgh, aveva le polveri piuttosto bagnate (per lui 6-18 dal campo) ma è stato comunque il miglior marcatore dei suoi a quota 17. Bene Reggie Redding (15 punti con 5-9 dal campo) e Dante Cunningham (12 e 12 rimbalzi, di cui ben 7 offensivi), meno bene la riserva Corey Fisher (13 punti con altrettanti errori al tiro, in parte compensati dai 7 rimbalzi), molto sottotono Dwayne Anderson (11 rimbalzi ma 2-12 dal campo per soli 6 punti complessivi). UNC giocherà la sua seconda finale in cinque anni, contro un'avversaria che in stagione regolare ha asfaltato con un incredibile +35 (a dicembre, proprio a Detroit, 98-63 il finale). Ma in NCAA, si sa, it's never over until it's over. Chiedere ai Memphis Tigers dello scorso anno, per informazioni al riguardo.

venerdì, aprile 03, 2009

NIT, ovvero L'antipasto delle Final Four

Mentre tutti gli occhi d'America sono puntati sulle Final Four, e sulle sfide Villanova-North Carolina e Connecticut-Michigan State, in questi giorni al Madison Square Garden si sono disputate le Final Four del torneo NIT, che sarebbe il più antico torneo nazionale dell'NCAA (la prima edizione si è svolta nel 1938, un anno prima del primo torneo NCAA vero e proprio) ma che da diversi anni ormai è visto un po' come il "torneo di consolazione", per le non ammesse al tabellone principale dell'NCAA. Questo, tuttavia, di solito fa di questo torneo una notevole attrattiva, per la presenza di team blasonati che magari, per un motivo o per un altro, hanno avuto una stagione così così. Non a caso, il torneo è stato vinto per ben SEI volte dagli idoli di casa, i Red Storm di St. John's, dove in molti brotha non vanno a giocare perché c'è troppa, veramente TROPPA pressione mediatica. I johnnies, peraltro, quest'anno erano assenti sia dalla Big Dance che dall'NIT, causa stagione da 16-18 ed eliminazione con asfaltata da Marquette al secondo turno del torneo della Big East. In ogni caso, a rinfoltire il tabellone del torneo c'erano squadroni tipo Kentucky, Florida, Georgetown, Notre Dame, Auburn e quella Davidson di Stephen Curry che lo scorso anno fu la regina delle Cinderellas al torneo NCAA. Nonostante ciò, il pubblico del MSG ha visto arrivare la sola Notre Dame, delle squadre già citate, alle Final Four. Fuori Kentucky ai quarti, stesso punto di Florida e Auburn. Fuori al secondo turno una Davidson che ha pagato le polveri bagnate del succitato Curry, che però resta discreto per il piano di sopra. Fuori addirittura al primo turno una Georgetown decisamente lontana parente di quella che ha dominato le due regular season scorse della Big East, arrivando alle Final Four NCAA nel 2007. All'atto finale, infatti, oltre a Notre Dame sono arrivate San Diego State (unica delle teste di serie numero 1 a farcela), Baylor e Penn State. Proprio quest'ultima, poi, è riuscita ad aggiudicarsi il torneo, eliminando in semifinale proprio Notre Dame (con buona pace di Luke Harangody, che comunque ha disputato una stagione stellare a 23.3 punti e 11.8 rimbalzi), e sconfiggendo in finale per 69-63 Baylor, che grazie all'ispiratissima coppia Jerrels-Dunn (in due, 48 punti con 15-23 cal campo) ha fatto fuori con un break nel secondo tempo San Diego State. I Nittany Lions di Penn State, che fino ad oggi avevano vinto solo una volta la Atlantic-10, si aggiudicano il torneo grazie soprattutto a Jamelle Cornley (miglior realizzatore e rimbalzista dei suoi, a quota 18 e 7), nominato poi MVP delle Final Four, anche se il Madison Square Garden semivuoto (poco più di 10000 spettatori) non è stata la migliore delle cornici possibili. Non escluderei di rivedere Cornley in Europa, visto che la sua carriera NCAA si è appena conclusa - nel migliore dei modi, considerando che giocava a Penn State. Ah, anche Jerrels è un nome da mettere in qualche taccuino, già che ci siamo...