sabato, ottobre 07, 2017

[Cinnamon] Addio, middle class...

Scritto e pensato ascoltando Offlaga Disco Pax - Cinnamon, e pubblicato per intero, con supporti audiovisivi annessi e più inerenti al testo, su Crampi Sportivi.



La sparizione delle squadre di fascia media della NBA “non è avvenuta in una data precisa. Sono cose che misteriosamente accadono, come la comparsa dei biscotti Togo al cioccolato. Tutto è cambiato.” Se diamo un’occhiata alla NBA di qualche anno fa, vediamo come ogni anno erano numerose le contender più o meno accreditate o accreditabili a poter lottare per la conquista dell’anello. Un’aggiustatina qui, una puntellatina lì; un rimbalzista in meno, un tiratore da fuori in più ed ecco che una squadra con una superstella nel roster si trasformava in una potenziale squadra da titolo.
Poi c’erano gli infortuni, la sfiga, l’annata storta del play e chi più ne ha più ne metta, ma tutto sommato bastava poco. Relativamente poco, però la squadra da titolo si costruiva su un tipico asse: superstella, secondo violino, terzo e quarto titolare solidi, nonché funzionali al sistema di gioco. In più, un quinto titolare che non faccia troppi danni e almeno un cambio specifico per ruolo (per le guardie, le ali e il pivot). Per arrivare a 15 in rosa, poi, si lavorava di fantasia. A un certo punto, però, lo schema ha cominciato un po’ a scricchiolare, senza mai incrinarsi davvero: quando qualche giocatore a fine carriera arrivava a firmare al minimo salariale per una squadra da titolo, in genere le cartucce migliori le aveva già sparate. Comunque a volte funzionava (Payton, per dirne uno), ma più spesso no (Karl Malone e Charles Barkley solo per citare i due più noti).
Forse il turning point sono stati i Boston Celtics di Garnett, Pierce e Ray Allen. Tre giocatori nel pieno della propria maturità agonistica (Allen aveva 32 anni nel 2007, Garnett 31, Pierce 30), con contratti pesanti  -  oltre 56 milioni di dollari in tre -  che accettano di guadagnare un po’ meno di quanto avrebbero potuto per portarsi a casa l’anello. Che infatti arriva al primo anno. Al terzo arriva di nuovo la finale NBA, persa in sette gare contro i Lakers. Finita l’era dei Big 3 di Boston, inizia quella degli Heat: a Dwyane Wade, in un’estate Pat Riley porta a South Beach anche Chris Bosh e soprattutto LeBron James. Risultato? Quattro finali in quattro anni, due titoli vinti.
Ma è con la firma di Durant ai Golden State Warriors che il banco salta definitivamente: a una squadra che aveva già tre All-Star (Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green), si aggiunge uno di quelli che è considerato uno dei 4 o 5 migliori giocatori al mondo. Non c’è neanche da dirlo: Golden State, che aveva vinto un titolo NBA due anni prima e l’aveva buttato via l’anno precedente, diventa una squadra ingiocabile, vince le prime 15 (QUINDICI!) partite di play-off consecutivamente e chiude la campagna per il titolo con un eloquente 16–1.

Ma com’è stato possibile tutto ciò? Gli innalzamenti che via via sono stati fatti al salary cap hanno fatto sì che i Warriors abbiano potuto elargire 26,5 milioni a Durant, 16,6 a Thompson, 15,3 a Green, 12,1 a Curry, 11,1 a Iguodala. Se la cosa vi sembra abbastanza grossa giù così, beh, diventa ancora più grossa quest’anno con il rinnovo di Curry. Golden State infatti ricompenserà il suo numero 30 con 34,7 milioni, a cui vanno aggiunti 25 a Durant, nonché i ritocchi a Thompson, Green e Iguodala. Se volete la cifra esatta di quello che guadagnerà il quintetto dei Warriors quest’anno, Basketball Reference ci informa che ammonta a 108.723.515 dollari. E ne avanza per firmare Nick Young a 5 milioni, Pachulia a 3,5, David West e Omri Casspi sopra i 2 ciascuno.
È qui che si setta il nuovo standard per la NBA che verrà. Ok, Durant avrebbe potuto ri-firmare con i Thunder per cifre più alte, ma  - scusate il francesismo  - sticazzi: stiamo parlando di un contratto da 25 milioni di dollari, più le sponsorizzazioni che cresceranno, visti gli anelli al dito.
Così, ecco che gli altri team si muovono di conseguenza: il backcourt di Houston con Chris Paul e James Harden, Paul George e Carmelo Anthony che raggiungono Westbrook a Oklahoma City, Jimmy Butler e Jeff Teague che si uniscono ad Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns a Minnesota, Gordon Hayward a Boston insieme a Kyrie Irving, Rudy Gay a San Antonio con Leonard, Aldridge e Pau Gasol… e così via.
Tutti che provano -  chi meglio, chi peggio -  a costruire il proprio super team. Col solo risultato visibile, a oggi, di avere almeno 10 squadre che non sperano neanche minimamente nei play-off e altrettante che sanno già di avere pochissime chance  -  che ci arrivino o meno -  di fare strada.
Mettiamoci comodi, sarà una regular season lunghissima.

[Alle Cinnamon e a tutti i compagni caduti
Bisognerebbe dedicare una piazza
Davanti ad un ipermercato.]

venerdì, settembre 22, 2017

"It's time to dig another one"

Ci sono cose nella vita che trascendono lo sport, il tifo, il campanilismo, l'appartenenza, la tecnica, l'atletismo, il valore sportivo, tutto.
Tutto.

Sono venuto a sapere dell'iniziativa di Riccardo Callara solo ieri, vedendo alcuni post rimbalzare nel mondo dei social network. E il primo pensiero è stato "questa è una roba così bella che devo aiutarlo in qualche modo", e anche se Montecatini non è troppo lontano, e anche se io mastico basket da vent'anni, più indirettamente che direttamente a dire il vero, non credo di poter avere nulla da fare per, che ne so, migliorare la tecnica, motivarlo, cose così.



E allora mi sono detto che dovevo scrivere questo post, mettere in fila un po' di parole in modo non troppo convenzionale, perché tutti devono, dovrebbero, dovranno sapere che il mondo è anche un posto bello. Perché quello che ha progettato Riccardo è una cosa di quelle che ti rimettono in pace con il genere umano, e non solo con i personaggi sportivi, proprio con la razza umana tutta. 

"Sì, ma che ha fatto questo qua?" direte voi. Ah già, perché giustamente uno può anche non saperlo.

Bene, questo è il suo post



Ecco, io su questo tema sono parecchio sensibile, per motivi personali che poco o nulla hanno a che fare con la pallacanestro giocata. Ora, poiché ci tengo che se proprio non riuscite a leggere tutto il pezzo, almeno vi si conficchi in testa questa parte, ve la scrivo con un carattere più grande:  seguite l'account Twitter dell'iniziativa e cercate sui social l'hashtag #triplaperilcancro .

Insomma, io di questa cosa volevo saperne un po' di più, e così ho mandato una mail a Riccardo, gli ho fatto qualche domanda per capire un po' meglio la persona oltre al giocatore di basket, e sinceramente l'impressione che ne ho ricavato sia quella di un ragazzo a posto, che davvero ha deciso di fare questa cosa che avete appena letto con spirito sincero e col cuore in mano.  Un atleta che cerca sinceramente, nel suo piccolo, di essere di esempio per i più giovani, che ha come modelli cestistici Drazen Petrovic e Kobe Bryant, che spera di continuare con questo progetto, magari ampliandolo in altre direzioni.  Un cestista che quando la mette da tre punti cerca di trovare il suo posto nel mondo, io non riesco ad immaginare niente di più autentico, romantico, fantastico.  
La Toscana, si sa, è la terra del campanilismo, per cui io non sono mai stato un tifoso di Montecatini, essendo aretino. Però da oggi lo sarò, un po'. Per Riccardo, perché quello che ha fatto lui sia di sprone ad altri atleti, ai tifosi, ai dirigenti, a tutti quelli che invece faticano a trovarlo, questo posto nel mondo, a tutti quelli che ogni tanto hanno bisogno di ricordarsi che noi viviamo in un pezzettino privilegiato del pianeta, e che quindi dovremmo essere i primi a fare dei gesti, a volte simbolici a volte concreti, per migliorare il mondo.  E - incredibile ma vero - per ora i fenomeni che imperversano su internet si sono tenuti alla larga da Riccardo, non c'è stato nessuno che ha fatto un post per distinguersi, per dire che lui non avrebbe fatto così ma cosà e bla bla bla.  Io temo che siano sempre in agguato, e in una certa misura va anche messo in conto, temo, in un mondo come quello di oggi. E allora io a Riccardo mi sento di dire questo:  se dovesse saltar fuori qualcuno di questi leoni da tastiera, tieni a mente la lezione di LeBron James, "haters gonna hate", e sparagli una tripla in faccia. Ciuff, solo rete. Sarai più leggero di dieci euro, ma con il cuore contento.

venerdì, giugno 16, 2017

FantaNBA 2017 - la classifica finale

Si conclude la sesta edizione di questo FantaNBA di Basket City, che incorona per la prima volta non uno ma DUE vincitori a pari merito. Di seguito i risultati del pronostico delle Finals e la classifica finale.

NBA FINALS 
Golden State Warriors - Cleveland Cavaliers 4-1 MVP: Kevin Durant

Classifica terzo turno
Manq 6 + 3
Carlo 2 + 2
Coach MAM 2 + 2
Silvio 2
Stipe 2
Simo 0
Sciain 0
Rob 0
Ralf 0
Max 0
Dani N.P.

Classifica generale 
Carlo 35
Manq 35
Simo 29
Max 28
Sciain 27

Manq 26
Stipe 25
Silvio 24
Rob 22
Ralf 21
Coach MAM 20
Dani 19

mercoledì, maggio 31, 2017

Luca Tremolada, ovvero quando calcio e basket vanno a braccetto.

Metti che ti capita di intervistare Luca Tremolada, fantasista che attualmente milita nella Virtus Entella nella serie B di calcio italiana, già in forza all'Arezzo dove per la prima volta in carriera è andato in doppia cifra di gol.  Un passato nelle giovanili dell'Inter e la maglia azzurra nell'Under 18, Under 19 e Under 20, scusate del poco.  Metti che tu sai che il calciatore in questione è un grande appassionato di basket nonché grande amico di uno dei migliori prodotti del basket nostrano, Pietro Aradori. Ora, tralasciando per un attimo il fatto che quando Tremolada giocava nella squadra della tua città faceva queste cose qua


                                                               (ma anche altre, eh)

come fai a non mettere per un attimo da parte il calcio, e concentrarti sul basket? Ecco, questo è quello che è stato fatto, un'intervista dove si parla di basket e in modo abbastanza marginale di calcio. Con la ragionevole certezza che il meglio per la sua carriera da sportivo abbia ancora da venire, ladies and gents, ecco a voi Luca Tremolada, anima di cestista prestato al calcio e mai più restituito.

1. Buongiorno Luca e grazie per aver accettato di fare questa chiacchierata. Dai tuoi profili social, si capisce che sei un grande appassionato di pallacanestro, quindi la prima domanda è obbligatoria: da dove nasce questa tua passione?
Nasce per tanti motivi, da piccolino ci giocavo spesso, anche se poi ero più bravo a calcio e naturalmente facendo le giovanili all'Inter mi sono concentrato solo sul calcio.. era la mia grande passione e naturalmente ho abbandonato il basket. 

2. E com'è che sei “finito” a fare il calciatore?
Speravo di diventarlo da sempre, la passione per il calcio era una cosa molto diversa rispetto a quella per il basket... Ce l'ho fatta ed è la soddisfazione più grande.

3. Il tuo è un modo di giocare a calcio fatto di estro, di invenzioni, di giocate ad effetto:  credi di aver preso qualcosa dalla pallacanestro nel modo di interpretare lo sport?
Assolutamente si! Più che per le giocate credo per la mentalità con cui i giocatori di basket affrontano le partite... Estro, fantasia, far divertire i tifosi, creare uno show per loro è fondamentale quanto la vittoria, e lo è anche per me. È troppo importante divertirsi giocando, perché se mi diverto io, si divertono anche loro...

4. Lasciamo un attimo da parte il rettangolo verde e concentriamoci su quello di parquet:  di quale squadra sei tifoso in Italia? E negli USA?
In NBA sono sempre stato un tifoso di LeBron, quello degli ultimi anni è un qualcosa di incredibile, pazzesco... Quindi dico Cavs, anche se guardo spesso Golden State che è spettacolare. Quest'anno è stata una bellissima regolar season, tra Westbrook, Harden, i Boston Celtics... woow! 
In Italia tifo i miei amici, non ho una squadra in particolare. Soprattutto tifo il mio bros Pietro Aradori. Fenomeno.

Foto tratta da Instagram @lucatremo: da sinistra a destra abbiamo
Aradori, Gallinari, Tremolada, Serginho. Anche qui, scusate del poco.

5. Come si spiega, secondo te, il fatto che siamo arrivati ad avere 4 italiani contemporaneamente in NBA, ma la nostra nazionale non riesce più a ripetere i risultati ottenuti nel periodo a cavallo del 2000?
Penso che quello della NBA sia un mondo totalmente diverso rispetto alla nazionale e ai giocatori italiani... Due stili differenti di gioco, dove spesso hanno fatto la differenza i particolari... però penso che la nazionale sia forte, e l'ultimo europeo è stato spettacolare, con vittorie incredibili: ancora mi ricordo Flavio tranquillo che urla "Danilo stepback Danilo stepback"!

6. Una domanda “scivolosa”:  quali sono secondo te i giocatori italiani più sopravvalutati e più sottovalutati?
No guarda su questa proprio non lo so... però penso che ci sono giocatori italiani, come Pietro, che valgono tranquillamente gli americani! 

7. Tempo fa Steve Nash dichiarò che gli sarebbe piaciuto concludere la carriera da sportivo giocando a calcio per un anno, magari in Italia. A te piacerebbe fare il percorso inverso? Ci hai mai pensato?
Ahahaha no, mai! Ogni tanto gioco ai campetti ma giocare "seriamente" sarebbe un'altra cosa... quando finirò la carriera di calciatore giocherò molto più a basket che a calcio, questo è sicurissimo. 

8. In un’intervista di qualche tempo fa, hai detto che avresti voluto avere un allenatore come Capuano qualche anno prima, perché la tua carriera ne avrebbe beneficiato.  Nel basket poi, il ruolo di un allenatore è ancora più determinante rispetto al calcio.  Quali sono i tuoi preferiti, e chi pensi che sia il migliore per far “crescere” un giocatore?
Gli allenatori fanno la differenza, sopratutto se hanno in squadra giocatori di talento, che devono essere capiti, messi in un contesto e fatti emergere. Ce ne sono pochi che pensano a far crescere i giocatori e la squadra, ma piuttosto si pensa prima alla vittoria. 

9. Tre pronostici secchi:  chi vince lo scudetto di basket, chi le finali NBA, e chi la finale di Champions League di calcio?
Dico Milano, i Cavs e la Juventus.

10. Ultima domanda:  dove giocherà Luca Tremolada il prossimo anno?
Ancora non lo so, vediamo un po' quello che succede... Ho un contratto e parlerò con la massima serenità con la società per trovare la soluzione migliore per entrambi, che potrebbe essere anche continuare insieme, quindi vedremo...

sabato, maggio 27, 2017

FantaNBA 2017: The Finals

Siamo arrivati all'ultimo round, le finali NBA. I vostri pronostici vanno lasciati nei commenti a questo post (i commenti sono aperti, non è necessario iscriversi a Blogger) PRIMA della palla a 2 di gara-1.  Ricordatevi che per quest'ultimo round ci sono in palio due punti ulteriori per chi indovinerà il nome dell'MVP delle Finali.

NBA FINALS 
Golden State Warriors - Cleveland Cavaliers

Classifica terzo turno
Max 6 + 3
Manq 4
Rob 4
Simo 4
Stipe 4
Silvio 4
Ralf 2
Sciain 2
Carlo 2
Dani 2
Coach MAM 1

Classifica generale 
Carlo 31
Simo 29
Max 28
Sciain 27

Manq 26
Stipe 23
Silvio 22
Rob 22
Ralf 21
Dani 19
Coach MAM 16

venerdì, maggio 12, 2017

FantaNBA 2017: conference finals

Questi sono gli abbinamenti delle finali di conference dei playoff NBA. I vostri pronostici vanno lasciati nei commenti a questo post prima dell'inizio della prima partita di gara-1

Boston Celtics - Cleveland Cavaliers
Golden State Warriors - San Antonio Spurs

Classifica secondo turno 
Sciain 12 + 3
Carlo 10
Simo 10
Ralf 8
Dani 8
Manq 8
Max 6
Rob 6
Stipe 5
Silvio 3
Coach MAM 2

Classifica generale
Carlo 29
Sciain 25
Simo 25
Manq 22
Ralf 19
Stipe 19
Max 19
Silvio 18
Rob 18
Dani 17

Coach MAM 15

domenica, aprile 30, 2017

FantaNBA 2017 round 2

Questi sono gli abbinamenti del secondo turno dei playoff NBA. I vostri pronostici vanno lasciati nei commenti a questo post prima dell'inizio della prima partita di gara-1

Cleveland Cavaliers - Toronto Raptors 
Boston Celtics - Washington Wizards
Golden State Warriors - Utah Jazz
San Antonio Spurs - Houston Rockets 

Classifica primo turno

Carlo 16 + 3
Silvio 15
Simo 15
Stipe 14
Manq 14
Coach MAM 13
Max 13
Rob 12
Ralf 11
Sciain 10
Dani 9

venerdì, aprile 14, 2017

FantaNBA 2017

Anche quest'anno ci risiamo! I playoff NBA sono alle porte, quindi Basket City lancia la sesta edizione del gioco a pronostici.  Non si vince niente, se non il diritto a sfottersi in malo modo fino all'anno seguente.

Per chi negli anni scorsi non ha partecipato, o ha dimenticato le regole, le riscriviamo qua sotto.
Ognuno dei partecipanti dovrà semplicemente fare un pronostico per ogni serie di playoff e se indovinerà il punteggio esatto con cui terminerà la serie riceverà 3 punti, in caso di punteggio errato ma comunque vittoria della squadra pronosticata 1 punto, in caso contrario la bellezza di 0 punti.
Al vincitore di ogni turno (1°-2°-finali di conference-finali assolute) andrà anche un bonus di 3 punti ulteriori.
Nella finale assoluta verrà chiesto anche il nome del MVP: indovinarlo vale due punti.
I pronostici vanno inviati (nei commenti ai post che verranno fatti per ogni turno) prima dell'inizio della prima partita di gara-1 di ogni turno di playoff.  I pronostici inviati in ritardo rispetto alla scadenza non saranno considerati, e il concorrente si prenderà 0 punti per il turno in questione.
Ringraziamo once again per l'idea il forum di Ondarock visto che lì questo divertente gioco viene fatto ormai da diversi anni.

Per chi vuole partecipare, basta lasciare un commento qua sotto! (Potete già lasciare i pronostici relativi al primo turno).

EASTERN CONFERENCE

(1) Boston - (8) Chicago
(2) Cleveland - (7) Indiana
(3) Toronto - (6) Milwaukee
(4) Washington - (5) Atlanta

WESTERN CONFERENCE

(1) Golden St. - (8) Portland
(2) San Antonio - (7) Memphis
(3) Houston - (6) Oklahoma City
(4) LA Clippers - (5)bUtah

lunedì, agosto 01, 2016

"Nessuno può mettere Babe in un angolo"

(Articolo pubblicato originariamente su Crampi Sportivi il 15 luglio 2016) 

1. Decompressione

Non siamo riusciti a fare un’analisi “a caldo” della delusione preolimpica, perché da una parte ritenevamo che ci fossero tutte le condizioni per fare meglio di quanto si è fatto, e visto che siamo usciti in finale del preolimpico, per “fare meglio” evidentemente intendevamo “qualificarci alle Olimpiadi”. Il perché era già stato eviscerato qui in precedenza, quindi ogni volta che personalmente mi mettevo a scrivere veniva fuori una roba a metà tra lo sfogo di Capuano nello spogliatoio dell’Arezzo e un altro sfogo, meno famoso, dell’allora presidente amaranto Piero Mancini, che riferendosi ai suoi giocatori che erano appena stati eliminati dai playoff per l’accesso alla serie B, ebbe a dire “I giocatori dell’anno scorso li butterei tutti nella Chiana”, canale artificiale che scorre nel territorio del Comune di Arezzo.
Poi ho cercato di controllare la respirazione, e allora la delusione, l’arrabbiatura, l’amarezza hanno lasciato il passo ad una serie di considerazioni più lucide, almeno spero. Posto che la Croazia ha vinto meritatamente — ma che se avessimo vinto noi nessuno avrebbe gridato allo scandalo — cercherò di elencarle brevemente, in ordine totalmente random di importanza, rilevanza e sostanza.
1. Il futuro non è più quello di una volta. E la NBA nemmeno. Questo è quello che ci consegna sotto forma d’impietoso verdetto il preolimpico di Torino. Noi tre italiani (più due, Datome che ci ha giocato due anni e Gentile scelto al secondo giro del Draft 2014) nella Lega col logo di Jerry West non li avevamo mai avuti. E questo ci ha portati, parametrando la NBA di questa decade a quelle precedenti, a ritenere questa nazionale come “la più forte di sempre”, o almeno una delle più forti. Peccato che la NBA è probabilmente la peggiore da tanto, tanto, tanto tempo a questa parte.
2. Arrendiamoci, siamo una nazionale di seconda fascia. Questa di Rio sarà la quinta assenza consecutiva dell’Italbasket tra mondiali e Olimpiadi. In mezzo, anche l’onta di una mancata qualificazione all’Europeo (2009). L’ultimo podio agli Europei è il bronzo del 2003, l’ultima medaglia in generale l’argento olimpico del 2004. Sportivamente parlando, una vita fa. Spesso si è trattato di partite perse in volata, ok, ma il problema rimane.
3. L’italbasket a cavallo del millennio aveva zero giocatori in NBA, eppure. Eppure l’Italia del decennio 1997–2006, allenata prima da Ettore Messina, poi da Bogdan Tanjevic e infine da Charlie Recalcati, ha messo insieme un argento europeo (1997, imbattuta fino alla finale persa contro la Jugoslavia), un oro europeo (1999) , un bronzo (2003), due partecipazioni ai mondiali (1998 e 2006), due alle olimpiadi (2000, quinto posto, e il già citato argento del 2004). Il mondo del basket aveva dovuto mettere l’Italia nella mappa, ecco.

2. “Nessuno può mettere Babe in un angolo”

Ecco, il mondiale del 2006 è stato purtroppo, col senno di poi, il campanello d’allarme del fatto che qualcosa si stava inceppando. C’era Belinelli, alla prima presenza in un torneo così importante, non c’era Bargnani perché fresco di approdo a Toronto. Non c’erano più Fucka e Bonora, ma tutto sommato credevamo di poterci stare. Però c’era un problema sostanziale, che ci siamo tirati dietro per tutti questi anni: non abbiamo mai potuto portare un roster con dodici effettivi in grado di dare un contributo di sostanza. Che nei tornei delle nazionali, dove si gioca tutti i giorni o quasi, fa tutta la differenza nel mondo, perché se arrivi punto a punto e hai il fiato corto, la mano trema, gli occhi non vedono la linea di passaggio, le gambe non sono reattive come dovrebbero in difesa. La nazionale “dei nostri padri” aveva dodici effettivi che giocavano quasi tutti in Eurolega, o comunque nell’allora competitivissima serie A, dove si giocava forte e duro e le serie dei playoff erano al meglio delle tre o al massimo delle cinque partite. Gente abituata ad un certo tipo di basket, insomma, perché magari la NBA era su un altro pianeta a livello fisico, ma a livello tecnico e agonistico non eravamo secondi a nessuno.

3. Non buttiamo il bambino con l’acqua sporca

Bisogna dire le cose come stanno, e dire che se non altro nell’ultimo biennio abbiamo visto un’inversione di tendenza: siamo arrivati “a mezzo canestro dalla qualificazione alle Olimpiadi” (per dirla con Gigi Datome) dopo aver perso, agli europei 2013, non una, non due ma tre partite che avrebbero potuto mandarci ai mondiali. Ma sostanzialmente l’Italia ha quattro problemi, dei quali almeno due risolvibili in un tempo ragionevole, e due su cui servirebbe un po’ più di lavoro. I problemi risolvibili sono le troppe partite che giocano i nostri e l’avere da troppo tempo un coach ad interim. Sulle troppe partite, la domanda che è lecito porsi è questa: a parte gli incassi dei palasport e dei diritti TV, ha senso che tutti i playoff del campionato italiano si giochino al meglio delle sette partite, quando anche in Eurolega ci sono i quarti di finale al meglio delle cinque e la Final Four con gare secche come atto conclusivo? Col risultato che poi portiamo Gentile al 50% della forma fisica e lasciamo a casa Polonara, De Nicolao e Della Valle perché scarichi e acciaccati dalla finale scudetto. Sul coach ad interim, io capisco che la federazione debba tirare la cinghia, ma i risultati parlano chiaro: non basta. Ogni altra considerazione può essere accessoria, ma questo è un dato di fatto. Ovvio, la speranza sarebbe quella di continuare con Ettore Messina, ma magari a tempo pieno.
Le cose da risolvere che richiedono più tempo, invece, sono il calo di competitività del campionato italiano e gli spot 1 e 5 dei quintetti base e delle panchine. Sul calo di competitività, la Fip e la Lega Basket non possono adagiarsi nel muro del pianto del “non ci girano più soldi”. Lo sappiamo, non girano più in diversi campionati, eppure nessuno ha avuto il calo di tasso tecnico (e conseguentemente di visibilità) dell’Italia. Gli spot 1 e 5, o play e pivot, sono il vero dramma tecnico dell’Italbasket post-2006. Siamo passati da Bonora, Pozzecco e Bulleri a una vorticosa rotazione che ha visto stritolare nel tritacarne, in ordine più o meno cronologico, Fabio Di Bella, Davide Lamma, Andrea Pecile, Marco Mordente, Anthony Maestranzi, Peppe Poeta, Travis Diener, Andrea Cinciarini, Daniel Hackett. E nessuno di questi nove ha reso secondo le aspettative, tranne forse Daniel Hackett in questo preolimpico. Per il futuro abbiamo Federico Mussini, sperando che maturi bene e nei tempi giusti. Come pivot, pure, dato l’addio a Ghiaccio Chiacig e Denis Marconato, le abbiamo provate di tutte. Andrea Camata e Alessandro Cittadini, cresciuti insieme ai due di cui sopra e poi quasi scomparsi; Andrea Crosariol, Andrea Renzi, Daniele Magro, Riccardo Cervi, Marco Cusin, l’adattamento di Bargnani e Melli in un ruolo decisamente non loro. Niente di memorabile, tranne forse qualche heroic di Cusin, che comunque resta troppo irruento per avere minuti da titolare in una nazionale di livello. Il futuro non è troppo roseo né troppo plumbeo, l’Italia Under 20 di Pino Sacripanti, campione d’Europa nel 2013 con Tonut (’93), Della Valle (’93), Imbrò (’94) e Abass (’93), ha oggi tre giocatori di livello internazionale in Mussini (’96), Davide Moretti (’98) e Diego Flaccadori (’96). Gallinari ha 28 anni e può essere il leader della nazionale per diversi anni ancora. Cervi ha 25 anni e ancora margini di crescita, soprattutto tecnici e mentali. Anche Melli ha 25 anni, e può continuare a dare tanta sostanza ancora a lungo. Gentile ne ha 24 e deve essere liberato dall’incombenza di portar palla, al più presto. Datome e Belinelli, anagraficamente, non sono certo degli ex giocatori, anzi.

Certo, dopo quasi un decennio di delusioni possiamo dirlo: Pozzecco e Meneghin, Myers e Fucka, Bonora e Marconato erano di un’altra pasta rispetto a quelli di oggi, e questo non è colpa di nessuno. Adesso siamo fuori dalle mappe del basket mondiale che conta, è un dato di fatto. L’Europeo 2017 però è dietro l’angolo, e sarà importante tornare da subito a fare risultato. Il condizionale, dopo tutti questi anni a bocca asciutta, è d’obbligo, ma il potenziale ci sarebbe, ecco.


mercoledì, luglio 06, 2016

KD e "The Decision 2" - Impressioni di luglio

Ok, è andata. Durant ha alla fine scelto Golden State, mossa che ricalca (quasi) in tutto e per tutto quella di LeBron James nel 2010, tra l’altro da lui criticata anche su Twitter:
andare cioè a giocare in una squadra assieme ad altre stelle per vincere subito – avversari permettendo. Razionalmente parlando, la scelta più logica per lui sarebbe stata rifirmare per un altro anno coi Thunder e poi vedere cosa avrebbe fatto Westbrook (in scadenza il prossimo anno), e in ogni caso monetizzare coi nuovi salary cap. Ha deciso diversamente, rimettendoci un bel po' di soldi, (come spiegato anche da Claudio Limardi nel suo blog) probabilmente perché temeva di finire nella lunghissima lista dei "supercampioni senza anello" in compagnia dei vari Baylor, Iverson, Barkley, Stockton + Malone eccetera.
Ovviamente la firma di Durant sposta l'ago della bilancia verso la Baia di San Francisco, anche se c'è da dire una cosa: i Warriors hanno appena terminato la miglior regular season di tutti i tempi - e hanno poi perso malissimo il titolo, anche a causa di un Curry forse al 70% di condizione fisica nelle finals, ma non sarà affatto facile mantenere la stessa - perfetta - chimica di squadra mettendo Durant al posto di Barnes, oltre all'addio a Bogut, giocatore non trascendentale ma tatticamente molto importante per i gialloblù in questo biennio (c'è bisogno di rivangare il contributo dato da Ezeli e Varejao nelle Finals? No, vero?).
KD non è certo un difensore migliore, ed è uno che in carriera ha una media di oltre 19 tiri tentati a partita. Ai Warriors il rischio sarà ovviamente quello di non avere palloni a sufficienza per tutte le bocche da fuoco. La storia della NBA ci insegna che a volte aggiungere un campione ad una squadra già fortissima non significa automaticamente vincere il titolo, ci sono esempi abbastanza eclatanti anche piuttosto recenti: penso ai Lakers 2004, che a Bryant e O'Neal aggiunsero giocatori “di esperienza” come Horace Grant, Gary Payton e Karl Malone, e vennero spazzati via da Detroit in finale NBA. O anche agli Houston Rockets del biennio 1997-98, che dopo aver vinto due titoli presero Charles Barkley e non riuscirono a tornare alle finali NBA. Lo stesso LeBron ha vinto, sia a Miami che a Cleveland, quando sono stati fatti i necessari aggiustamenti in termini di supporting cast. Questo del supporting cast in realtà a Golden State è un falso problema, nel senso che sono già piuttosto a posto così, anche se la moda del momento è accostare chiunque ai Warriors.  Se invece dei Warriors stessimo parlando degli Utah Jazz, avremmo la battuta perfetta servita su un piatto d'argento:

Casomai non è detto che lo spacing, vero punto di forza dell’attacco di coach Kerr, funzioni altrettanto bene con una presenza ingombrante come quella di KD. Anche la circolazione di palla, velocissima nei Warriors degli ultimi due anni, richiederà qualche adattamento a Durant. Certo è che – come potrebbe dirvi qualsiasi allenatore di qualsiasi sport di squadra a qualsiasi livello e latitudine – è sempre meglio avere problemi di abbondanza che di scarsità di talento. È un azzardo tecnico, a prescindere dal talento di Durant che non è ovviamente in discussione, perché Golden State ci guadagna in termini di talento puro e di varietà di soluzioni offensive (esiste un giocatore offensivamente più versatile di KD nell’NBA di oggi? Se lo chiedete a me, la risposta è no), ma sicuramente ci rimette qualcosina in difesa, e non è detto che funzioni in attacco – a livello di fluidità, chiaro.

Ma che doveva fare Durant? Scartata l’ipotesi-rinnovo, avrebbe potuto scegliere Boston (ma non l’ha fatto perché rispetto ai Thunder si sarebbe allontanato dal titolo), o magari Miami (idem, visto che per prenderlo probabilmente gli Heat si sarebbero dovuti privare di Dragic, o di Wade, o di entrambi). Io avrei temporeggiato, non credo che Oklahoma City avrebbe rifiutato l’estensione annuale: in fondo, già lo scorso anno non è che ci siano andati lontanissimi, dall’anello, anzi. Qualcuno giustamente ha fatto notare che movimenti del genere sarebbero stati inconcepibili nella NBA degli anni '80 e '90 (ce lo avreste visto Jordan a firmare per i Pistons dopo averci perso per tre anni di fila nei playoff?). Ma forse, nella NBA di oggi, tutto è lecito. E comunque, anche Paul Pierce non ha mancato di fargli notare che ecco, insomma, questa "Decision" ridimensiona leggermente il valore di Kevin Durant.
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