venerdì, dicembre 21, 2018

Il giorno che successe The Dunk

(pubblicato originariamente sul gruppo Facebook di Overtime - Storie a spicchi e in versione ridotta sul profilo Instagram di Overtime)




Il giorno che successe, io avevo 13 anni, 9 mesi e 15 giorni, e John aveva 27 anni, 9 mesi e 15 giorni.  Io e John avevamo, abbiamo in comune la data del compleanno e la passione per il basket, altro non saprei.  John è alto 1.90, cioè 14 cm più di me, e ha appunto 14 anni esatti più di me.  Vestiva la maglia numero 3 ed ha militato ininterrottamente dal 1990 al 1998 nei New York Knicks, per i quali è stato secondo quintetto difensivo All-NBA nel 1993, ha disputato l’All-Star Game nel 1994 ed è stato il Sesto uomo dell’anno nel 1997, mica male per uno che a 22 anni dubitava ancora fortemente di poter diventare un giocatore di basket professionista, o almeno un professionista nella NBA.  Undrafted, una stagione ai Warriors, la CBA, l’occasione ai Knicks dove finì per giocare quasi 700 partite tra regular season e playoff, il resto è storia.  Il giorno che successe, Jordan era già His Airness, aveva vinto due campionati NBA e due ori olimpici, ma in quel momento lì anche lui non poté fare niente.  Il giorno che successe, John, che per comodità potremmo chiamare Ninja, non tirò fuori una prestazione strepitosa dal punto di vista offensivo: 12 punti, di cui questi due di cui stiamo parlando, coi Knicks avanti di 3 e 50 secondi dalla fine. Era una finale di conference e di là c’erano i Chicago Bulls di Jordan e Pippen.  Forse la realtà è che per vincere, a volte, serve un po’ di incoscienza:  nessuno di quelli in campo probabilmente avrebbe mai pensato che quel ragazzo dell’Oklahoma, in quel momento della partita e della stagione, sarebbe andato fino al ferro, con quella grinta e quella determinazione.  E invece.
E invece The Dunk è un manifesto all’incoscienza, all’osare, ma anche alla concentrazione e alla trance agonistica.  C’è una cosa che mi ha sempre impressionato di quell'azione, ed è il fatto che John Starks non ebbe un’esultanza smodata, tutt’altro.  Si limitò a voltarsi, tornare di corsa in difesa ed indicare rapidamente Pat Ewing per il blocco portato su B.J. Armstrong.  Come se non avesse contezza di quanto aveva fatto, o come se non fosse ancora venuto il momento per esultare.  Niente pugni che si battono il petto, niente gesti in stile raise the roof, niente urla belluine.  Due punti come tanti altri, forse appena appena più importanti, nell'economia di una partita, di una stagione, di una carriera costruita lottando centimetro dopo centimetro, pallone dopo pallone, spremendo ogni goccia di sudore per quella maglia numero 3 dei Knicks di cui oggi è classificato come il dodicesimo giocatore più forte di tutti i tempi.  Ma nella graduatoria dei più amati dai tifosi, facciamo che si scala anche qualche posizione verso l’alto.  
Sono passati 25 anni da quella notte di fine maggio.  
San Lorenzo, io lo so perché tanto  
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade,  perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.  
John Starks sicuramente non aveva studiato Giovanni Pascoli ma altrettanto sicuramente aveva dentro un fuoco inestinguibile, dovuto anche ad un’infanzia vissuta senza padre, un po' come quella del noto poeta romagnolo.  Per quel breve istante di gara-2 delle finali dei playoff, mentre i Pearl Jam stavano registrando il loro secondo album in studio, “Vs.”, John Starks era già “a human being that was given to fly”.  Ci saranno, ci sono già state, schiacciate più spettacolari.  Ma la sua sarà per sempre “The Dunk”.


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